Prostituzione, prestazione, relazione d’aiuto

Nell’ultimo nostro evento, dal titolo “In nome di ogni donna”, ho avuto il compito di intervenire dopo la lettura di un intenso brano tratto da “Vita di Giulia” di Marco Proietti Mancini.

La protagonista del libro è una donna che ha scelto di fare nella vita la prostituta. 

Il mio intervento.

Nel brano letto (il prologo del libro), la protagonista fa una breve ma esauriente descrizione della sua vita di professionista del sesso…e del suo essere persona. 

Sono rimasta colpita, dall’utilizzo ricorrente di un termine particolare, tipico del “nostro” comune parlare (non del mio) con il quale si determina uno specifico status socio-lavorativo e non solo. 

Un termine che sappiamo avere una doppia valenza. 

Da una parte, viene utilizzato per indicare colei che esercita una professione, altresì definita come “il lavoro più antico lavoro del mondo” ma, incredibilmente, sconosciuta al fisco (niente tasse) nonché all’INPS e all’INAIL (zero tutele, zero pensione).

Dall’altra, definisce, invece, una persona di genere femminile che prova piacere nel fare sesso. Il piacere, evidentemente, a prescindere dal partner di turno.

Un termine, quindi, che indica contemporaneamente una lavoratrice in nero (spesso sfruttata, da un caporale o da un’organizzazione di caporali), da tenere ai margini della società; una donna di scarse qualità morali, di cui non ci si può fidare e inadatta ad una relazione a lungo termine. 

Due definizioni in palese contraddizione, che nessuno – apparentemente e ufficialmente – sembra rilevare, tantomeno contestare.

Ma entriamo nel merito. 

Partiamo dalla professione: nel brano citato, si parla di opzioni combinate, di durata della prestazione, di location, pacchetti promozionali, offerte…tutto porterebbe a pensare che, in effetti, si stia parlando di una regolare, non precisata, prestazione professionale: richiesta del servizio, prestazione, compenso. 

Bene, però, siamo sicuri che ciò possa essere applicato al sesso e – soprattutto – siamo proprio sicuri che si tratti di sesso? 

Lo chiedo poiché, solitamente, per “fare sesso” si intende un’attività condivisa, tra due (o più) persone, accomunate da una reciproca attrazione fisica, che sfocia in un desiderio consensualmente realizzato. 

Vi pare questo il caso? A me, non sembra.

Perciò, la domanda mi sorge spontanea e la giro anche a voi: in realtà, quale desiderio (unilaterale), l’auto nominatosi (mi viene da ridere) “cliente” intende soddisfare, rivolgendosi ad una prostituta? E, se si parla di desiderio, perché la sua soddisfazione la si definisce servizio?

Capite bene che, quest’ultimo, non può certo essere quello dell’orgasmo, vista l’assenza totale di reciprocità. Sembra avere, invece, tutta l’aria di una mera scarica fisiologica.

Per uscire da quest’ambiguità e dall’impasse, proporrei di utilizzare d’ora in avanti, la definizione di “Operatrice di pratiche onanistiche assistite (O.P.O.A.)”, a mio avviso più calzante, più elegante e professionalizzante.

In questo senso, rientrerebbe a pieno titolo nell’ambito delle relazioni d’aiuto, visto l’evidente stato di difficoltà (relazionale, di performance e dio solo sa di altro cosa) che spinge questi fulmini di guerra alla richiesta di tali prestazioni.

Per non parlare di quegli “eroi” che con leggerezza sublime, scientemente e con assoluto menefreghismo (che rasenta la sociopatia), scelgono di rivolgersi –per la gestione delle loro problematiche – alle schiave, alle prigioniere di organizzazioni criminali. Ebbene, questi qui, esattamente, quale desiderio soddisfano? 

Perché, della (assenza di) levatura morale di detti individui non si parla mai? 

Eppure sono milioni, eppure rappresentano, di fatto, i principali finanziatori delle organizzazioni criminali che contrabbandano carne umana. Siamo nelle prime posizioni al mondo per turismo sessuale e turismo sessuale infantile, giusto per dirne una (e non finisce certo qui).

Si parla continuamente di “sicurezza”, ci si vincono addirittura le elezioni, ma delle cause e di chi – come in questo caso –  le impersona, non si parla…e te credo…votano. 

In ogni caso, se qualcuno si degnasse di darci una risposta, noi siamo qua. Personalmente, sarei molto interessata.

Nell’attesa, però, un’idea me la sono fatta: tutta questa mistificazione della realtà, è dovuta alla vergogna.

Si vergognano. Hai voglia ad infiocchettare la cosa…servizio, prestazione, cliente, tariffa…senza desiderio si può parlare – nel migliore dei casi – di ricatto economico, di sfruttamento di condizioni di inferiorità…per finire in uno stupro legalizzato nel caso delle schiave.

E lo sanno, credetemi, lo sanno perfettamente. 

E sarebbe ora di sbatterglielo pubblicamente in faccia, ogni santo giorno.     

Ma veniamo alla versione moralistica del termine.

E qui, la schizofrenia si fa tragicomica. 

La faccio breve: la donna può fare sesso, ma il sesso, in se per sé, non le deve piacere.

Ha diritto al piacere, ma solamente all’interno di un contesto relazionale, legato indissolubilmente ad un legame sentimentale (fidanzato, marito, compagno). In questo caso, e solo in questo, le è concesso godere. Di più: in questo frangente, ci si aspetta pure che lo di-mostri chiaramente, magari per confermare al partner l’efficacia della sua performance e placare le sue ansie da prestazione. 

Non è un caso che le ricerche sul tema ci parlano di intere generazioni di donne anorgasmiche che hanno finto per tutta la vita piaceri inesistenti…e sconosciuti.

Ma nel caso in cui la donna, rivendichi la “pretesa” di esercitare, all’esterno della cornice amorosa, il suo diritto al godimento, scatta automaticamente lo stigma sociale.

Per l’uomo, chiaramente, niente di tutto questo. 

Piuttosto, preferiamo convincerci di trovare “naturale” e intellettualmente accettabile il ridurre un atto condiviso e piacevole ad una sterile, straniante, attività meccanica (con le operatrici che impostano la sveglia del cellulare col pensiero al prossimo cliente) e farlo diventare “il lavoro più antico ma mai riconosciuto” (roba da diventare scemi).

Il sospetto che, in realtà, il risultato agognato dal cliente (rido di nuovo) sia proprio una scarica di piacere personale e soggettiva, è quasi certezza. 

Non a caso, le stesse ricerche ci raccontano di generazioni di uomini che ignorano l’orgasmo e lo confondono con una semplice funzione fisiologica…la mercificazione del sesso, è anche e soprattutto figlia di questo.  

L’educazione sessuale e ai sentimenti aiuterebbero a crescere nuove generazioni più consapevoli e più felici, ma di questo, nelle nostre scuole non vi è traccia.

Finisco con una domanda/appello agli esseri umani di sesso maschile: lasciamo perdere le migliaia di anni precedenti (ve le abbuoniamo) ma, siamo nel 2022, di quanto tempo ancora avete bisogno, per uscire da una sessualità predatoria, infantile ed ego-riferita? 

Per quanto tempo ancora milioni di donne, ragazze, bambine dovranno pagare per le vostre incapacità, insicurezze, paure…e la mancanza di coraggio di chiamarle tali?

Anche basta.     

PierAnna Pischedda, Psicologa.

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