Femminicidi e illusionismi della politica

Mi scuserete se il reato specifico di Femminicidio, appena votato all’unanimità dai nostri rappresentanti eletti, non mi entusiasma più di tanto. 

Non perché non ne colga la portata culturale ma in quanto, ancora una volta, il legislatore si comporta nei confronti dei cittadini come un illusionista di fronte al suo pubblico. 

Trattandosi dell’interruzione violenta di una vita da parte di terzi, una volta compiuto il reato non si può oscurare tantomeno la sua – oramai – intollerabile frequenza. L’opinione pubblica negli ultimi tempi sembra avere sviluppato maggiore coscienza e sensibilità al riguardo, “grazie” anche alla notevole visibilità mediatica dedicata ad alcune vicende in particolare. Si sa, la visibilità mediatica può spostare fette significative di elettorato (“parlateci di Bibbiano”, docet)…ed è opportuno ricorrere ai ripari. 

Per quanto mi riguarda, è esattamente in quest’ottica che leggo il voto in questione. Si placa la “sete di giustizia” delle famiglie delle vittime (nonché dell’opinione pubblica) comminando la massima pena spostando l’attenzione – e qui il trucco illusionistico – dal problema reale: quello di tenere fuori – scientemente – dalla narrazione ufficiale e dai Tribunali tutto ciò che precede il “reato finale” (violenza domestica, nelle relazioni intime, violenza sessuale, molestie, gender gap). 

Come? 

Oscurando, minimizzando,negando tutto ciò che precede il “gesto irreparabile”. 

Perseguendoil racconto dell’evento eccezionale, compiuto da un soggetto deviante, in un’ottica esclusivamente punitiva. 

Avversando nello stesso tempo ogni tentativo di un approccio educativo-preventivo al fenomeno. 

Così, nel momento in cui il femminicidio si compie, ci indigniamo, urliamo al mostro e ora – con il reato specifico – lo puniamo con la giusta pena. 

A posto così, giustizia è fatta.

Poco importa (un dettaglio insignificante) se l’assassino lo abbiamo “difeso” fino a poco prima, magari perché padre (ma sarebbe più realistica la definizione di dispensatore più o meno consapevole di spermatozoi). 

Poco importa se continuiamo a definire esuberanti, versione moderna di “poveri ma belli cocchi di mammà”, dei vermi che “approfittano” (per usare un eufemismo) di una preda/amica ubriaca o opportunamente resa impotente da una sostanza (droga dello stupro) somministrata a sua insaputa. 

Poco importa se continuiamo a rivittimizzare, mettendo sul banco degli imputati donne e bambini che denunciano violenze e abusi.

Allora, se siete in buona fede e avete contezza del fenomeno, mi aspetto che entro la primavera prossima ci “regalerete” il reato specifico di violenza domestica con l’applicazione estesa della Convenzione di Istanbul sul piano della Prevenzione ed Educazione. 

Allora sì che ai miei occhi risultereste più credibili. 

L’aumento (giusto) delle pene e la definizione di specie del reato non risusciterà nessuna delle vittime, non avrà nessun effetto deterrente (se qualcuno lo pensa significa che non ha ANCORA capito niente) così come non eviterà la condizione di orfani a centinaia di figli ogni anno. 

L’aumento delle pene non cambierà lo stato delle cose, non ridarà le figlie ai familiari, non ridarà le madri ai figli. 

La Prevenzione, l’Educazione, la benedetta e a tutt’oggi chimerica Formazione, sono le uniche strade percorribili per porre freno a questa strage continua.

Potrebbero salvare vite (tante) e risparmiare vissuti violenti (tantissimi) a donne e bambini.

Potremmo finalmente crescere generazioni con una concezione delle relazioni, dei legami improntate sul Rispetto, il Confronto, il Consenso. 

Generazioni più Serene, più Libere, più Consapevoli.

Generazioni più Felici. 

E’ chiedere troppo?

Pieranna Pischedda, Psicologa

   

 

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