Il piacere maschile questo sconosciuto (8)

Leggo dal post di una pagina che tratta tematiche di genere di una recente sentenza (n.296, 6 maggio 2025) del Tribunale di Pescara dove – in sintesi –  si stabilisce che indurre la persona ad un consenso viziato da una condizione oggettiva di vulnerabilità (nel caso in questione, l’ubriachezza) non possa essere considerata una leggerezza (“sò ragazzi”) in quanto, al contrario, saremmo di fronte ad un reato: il reato di violenza sessuale. 

Non intendo minimamente entrare nel merito, vorrei invece riprendere il filo del discorso che su questo blog abbiamo intrapreso da tempo (siamo con questo al capitolo 8, vi invito a leggere i precedenti).

Quindi, non disquisiremo sul reato in sé per sé, semmai sulla #consapevolezza di chi lo compie.

Cosa intendo dire con questo? Che abbiamo un problema secolare di educazione sessuale ma, nello specifico, abbiamo un problema con il piacere maschile e la sua stravagante concezione del “piacere reciproco”. 

Da detta pagina abbiamo provato spesso a “lanciare” – più o meno provocatoriamente – il tema che nessuno, puntualmente, “raccoglie”. Un chiaro sintomo che probabilmente cogliamo nel segno, ma anche l’evidenza delle forti resistenze ad affrontarlo. 

La/e modalità con cui il piacere maschile si soddisfa, è parte integrante di un #paradigmapatriarcale che – volenti o nolenti – abbiamo tutti (chi più, chi meno) interiorizzato e su cui si basa il modello organizzativo socio-culturale in cui viviamo. Privilegi, esercizio del potere secondo un’ottica predatoria, concessioni premiali all’ancella/servo fedele e ubbidiente.

Che approfittare di una persona in una condizione di vulnerabilità possa essere un reato, nel 2025 dovrebbe essere pacifico.

Il punto è che tali condizioni sono innumerevoli, democraticamente distribuite in ogni ambito della nostra esistenza. Citiamone qualcuna giusto per schiarirci le idee.

  • Molestie e/o ricatti in ambito lavorativo; 
  • sesso a pagamento con schiave di tratta; 
  • sesso con minori previamente plagiate o manipolate; 
  • turismo sessuale e minorile nei paesi poveri;
  • utilizzo di sostanze stupefacenti (droga dello stupro) per annientare la volontà della vittima;
  • violenza sessuale di gruppo;

 Un elenco (ahinoi) per difetto, con un punto in comune: la considerazione del rapporto sessuale non come reciprocità ma prevalentemente in senso predatorio: hai quello che mi “serve” e me lo prendo, che ti piaccia o no.  

Da qui anche la mancata consapevolezza del reato: nella narrazione culturale secolare il consenso non è previsto, come non è previsto (anzi, oggetto di stigma) il piacere e la domanda di piacere della donna. Pensate solo agli innumerevoli termini (negativi) dedicati alle “disgraziate” anche solo sfiorate da tal pensiero e – contemporaneamente – a quelli coniati per il maschio, tutti intesi a sottolinearne la virilità, oggetto di ammirazione e di successo sociale.

 E ancora che parliamo dell’opportunità di inserire nei programmi scolastici un insegnamento che possa cambiare questa narrazione distorta e INNATURALE. 

Ma fate pure con calma, prendetevi i secoli di cui avete ancora bisogno, in finale, chi ne vede la necessità, chi ne vede l’urgenza è la solita esagerata…magari pure femminista nemica del maschio.       

Pieranna Pischedda, Psicologa

 

Correlati