Gli INCEL e l’indottrinamento patriarcale

Ho appena finito di guardare la serie di una nota piattaforma, che tanto sta facendo discutere in questi giorni, sul mondo adolescenziale. 

Un eccellente prodotto targato UK, coraggioso, rigoroso, senza nessuna concessione ad alcun tipo di “pruderie”.

E’ la storia dell’omicidio di un’adolescente da parte di un coetaneo, in realtà tredicenni ovvero nell’età di latenza (e ciò rende il tutto ancora più spaventoso).

Non sto qui a raccontare la trama, reperibile facilmente, mi interessa mettere in risalto le cose che mi hanno colpito di più. Innanzitutto, alcune considerazioni generali.

  • Siamo tutti vittime degli stereotipi culturali interiorizzati. Questi segnano indelebilmente la nostra vita e il nostro modo di pensare. 
  • Senza un percorso di consapevolezza, magari promosso da un’azione educativa mirata, non saremo in grado di liberarcene, tramandandoli come una catena di Sant’Antonio;
  • La rivoluzione tecnologica ha peggiorato la situazione e i ragazzi in quanto nativi digitali sono oltremodo esposti – grazie ad una previa mancanza di regolamentazioni a livello internazionale –  ad una serie di pericoli e narrazioni prive delle necessarie intermediazioni.

E adesso entriamo nel merito. 

Il movente. 

Il nome dell’omicida non è mai stato in forse, la polizia fin dall’inizio, è in possesso di prove inconfutabili, ma il movente è sconosciuto. Il movente – sorprendente quanto agghiacciante – viene svelato solo alla fine del secondo episodio, mostrandosi in tutta la sua drammaticità nel terzo, che ti lascia (o almeno dovrebbe) sgomento.

Veniamo così catapultati in un universo ai più sconosciuto (anche se sono ormai diverse le stragi effettuate da giovani per questi “motivi”), non tanto per il pantheon di dis/valori di cui è composto, vecchi come il cucco, ma perché a questi “qualcuno” si è dato la briga di confezionare una nuova inquietante narrazione che – a quanto pare – sembra avere avuto successo a tal punto da “compattare” in un gruppo sociale che si definisce INCEL, un numero inquietante di soggetti di sesso maschile che pur desiderandolo, non riescono ad instaurare relazioni affettive e sessuali, covando sentimenti di frustrazione e di rivalsa, in sintesi: uomini che odiano le donne. 

In ordine di tempo, l’ultimo frutto avvelenato dell’indottrinamento patriarcale, molto presente nel web con tematiche di odio e di violenza (inneggiare allo stupro è la prassi). 

Ebbene, la serie ci mostra come questa nuova “dottrina” sia stata la mano che ha armato il tredicenne, fino a spingerlo ad uccidere il suo oggetto del desiderio che sul social di riferimento lo aveva respinto e deriso.

Ora, questa tematica è così importante quanto terribile da non potersi esaudire in un articolo, ma necessita di ben altri approfondimenti. 

Vorrei sottolineare due aspetti.

  1. Mentre ci opponiamo con tutte le nostre forze che l’agenzia educativa primaria (la Scuola) possa svolgere la sua funzione principale, a tal punto che nel 2025 neghiamo ai nostri figli insegnamenti (visti i numeri della violenza di genere, sessuale, omofobia…femminicidi) da cui non si può più prescindere, 
  2. li lasciamo completamente soli, in balìa di qualsiasi cosa appaia sul web come – appunto –   sempiterni stereotipi raccontati come nuove “verità” ammantate anche da pretese scientifiche, partorite da un pensiero patriarcale che raschia il fondo del barile per continuare a legittimare atavici rapporti di forza e di potere che hanno mostrato in ogni modo una visione del mondo asimmetrica in cui vi sono portatori di privilegi e vittime oppresse. 

La teoria dell’80/20.

L’architrave principale della nuova panzana patriarcale è data da una teoria spuntata non si sa da dove per cui l’80% delle donne sceglie il 20% degli uomini, scartando il restante (già qui, se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere).

Guarda caso, i soggetti “scelti” appartengono alla tipologia definita come ALFA, possibilmente ricchi (lo stereotipo degli stereotipi). Ergo, l’80% dei restanti che rimarrebbero a “bocca asciutta” sarebbero maschi “non alfa”. Un dato palesemente inesistente che sovverte la realtà, ne crea una falsa e la soppianta. 

Una teoria basata su una stupidaggine spaziale che si salda con altre, culturalmente e acriticamente interiorizzate. Analizziamola. 

  • Il tutto parte dalla narrazione dell’uomo forte, intraprendente, di successo. Il virile condottiero conquistatore, unica modalità di maschio riconosciuta. La narrazione patriarcale per eccellenza e – aggiungo io – di uomini che odiano anche gli uomini;
  • I maschi non alfa, che per primi si riconoscono tali, ma neanche per un secondo pensano di mettere in discussione tale classificazione e rivendicare diversità possibili e altrettanto dignitose (stereotipi interiorizzati);
  • La teoria avvalora pedissequamente trite dinamiche relazionali per cui con l’altra metà del cielo non possono esistere legami amicali e ci si rapporta esclusivamente in ottica sessuale. 
  • Il sesso non è condivisione, ma un diritto tout court ergo, si è autorizzati allo stupro.
  • Il rifiuto da parte della donna non è mai da ascrivere ad un loro diritto di scelta, è un torto a prescindere. Per questo, si odiano punto.

Ora, che insane fantasie alberghino nelle menti di adulti ormai strutturati, non ci fanno certo dormire sonni tranquilli, ma il pensiero che questi teoremi impregnati di odio e vuoto emotivo possano fare breccia in soggetti che attraversano fasi evolutive delicate come l’adolescenza non solo è intollerabile ma estremamente pericoloso.

Nell’illuminante colloquio del tredicenne omicida con la Psicologa, agghiacciante in certi frangenti, possiamo vedere il dramma in tutta la sua interezza.

Abbiamo un ragazzino, tra l’altro molto intelligente, che una narrazione tossica colloca nella categoria “sfigati” e da tale, diligentemente, si comporta. Per non entrare in conflitto con la figura virile del maschio (perfettamente rappresentata dal padre) che ci viene tradizionalmente profusa a piene mani e in ogni dove, accetta la sua condizione, adducendola all’esclusiva responsabilità della cattiveria femminile. Ed è proprio per sanare il dolore dovuto al rifiuto esplicitato in maniera social (un altro dei tasti dolenti di questo tempo), lo sbeffeggiamento tramite emoji da parte dell’oggetto del suo desiderio, che si convince di essere nel pieno diritto (di morte) di comminare una punizione “esemplare”. 

Nello scambio sconvolgente tra Psicologa e giovane omicida emerge la totale mancanza di empatia nei confronti della vittima e l’inconsapevolezza di avere commesso un crimine irrimediabile. Il ragazzo non si pone minimante il problema della morte, dell’annientamento di una vita, per questo non capisce il perché gli se ne faccia una colpa. 

In realtà, nella sua mente ancora in formazione, ma perfettamente indottrinata da 

  • un pensiero di odio; 
  • di potere;
  • di completo diniego della soggettività dell’altra;
  • di un mondo che ruota intorno ai bisogni del maschio e tutto il resto sono solo strumenti di soddisfazione degli stessi;

la morte della ragazza è il naturale esito per il suo rifiuto, per avergli mancato di rispetto.

Ergo, signori e signore, qui non si tratta di genitori che non conoscono i loro figli (l’interpretazione che va per la maggiore), ma di genitori/società che continuano a perpetuare un modello sociale violento, iniquo, discriminatorio ed escludente. 

Un modello sociale di pochi “privilegiati” che hanno la pretesa di decidere della vita e della morte di “altri” vissuti come strumenti per la loro soddisfazione.

Il nome lo sapete già – ma io ve lo ripeto – a scanso di equivoci – ed è #Patriarcato.

Se veramente vogliamo bene ai nostri figli, se vogliamo interrompere questa fabbrica di “mostri” che noi perpetuiamo, se non vogliamo rischiare lacrime amare come genitori della vittima o del carnefice…è tempo di cambiare registro.  

PierAnna Pischedda, Psicologa 

 

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