L’Italia ha tra i vari, tristi, primati una percentuale significativa di archiviazioni per quanto riguarda i reati cosiddetti di genere, violenza domestica, sessuale nonché abusi e maltrattamenti su minori (abbondantemente sopra il 60%, con punte dell’80% per alcuni).
Per evitare fraintendimenti, è bene specificare che l’archiviazione, come invece fa una certa stampa, coadiuvata efficacemente da una certa propaganda e da associazioni il cui fine statutario rimane un mistero (se non quello di mascherare, occultare, negare), non è sinonimo di “falsa denuncia” (vera e propria leggenda metropolitana).
Più semplicemente, l’archiviazione (con le dovute, immancabili, eccezioni) scatta quando il Pm ritiene che gli elementi a disposizione “non siano sufficienti e idonei per essere portati in giudizio”, tradotto: il reato è probabile ma non siamo in grado di provarlo.
Stiamo parlando di un problema serio, anzi serissimo che non possiamo – per certi versi -semplificare, riconducendo il tutto al problema – altrettanto grave – della (non) formazione dei professionisti e delle inadeguatezze (anche etiche e morali) del sistema. La terza parte del problema è rappresentata dalle diverse e specifiche “condizioni” delle parti in causa, in particolare (dal momento che non viene creduta) della vittima.
Mettiamo per un attimo da parte il fatto che in un sistema funzionante,
- scevro da pregiudizi e stereotipi culturali;
- in cui tutti gli attori sono adeguatamente formati;
- in cui i servizi siano dotati delle risorse (umane, strumentali, economiche) necessarie per essere efficienti (al momento una chimera);
- nonché una costante azione di Educazione e Prevenzione;
probabilmente, parleremmo di altro.
Ma la (cruda) realtà è ben diversa.
In questo contesto, adoperarsi per migliorare la fase di acquisizione/costruzione del materiale probatorio e rendere il compito più facile a chi ascolta e deve farsi carico del racconto, diventa un imperativo.
Mi imbatto quotidianamente in queste problematiche.
L’Associazione per cui mi occupo di violenza domestica e di genere, @IlLaboratoriodelPossibileAps offre, grazie al contributo volontario delle sue associate, Ascolto, Accoglienza, Consulenza e Sostegno Legale, Consulenza e Sostegno Psicologico.
L’entità del danno e quanta energia, fatica e tempo siano necessari per venirne fuori, sono fattori che conosciamo molto bene.
Un tema su cui non si dibatte abbastanza, forse la catena al piede più pesante per la vittima.
Una vittima la cui necessità di presentarsi con un racconto “lucido”, circostanziato, congruente e con un certo numero di allegazioni, diventa addirittura vitale.
Spesso, però, questo non avviene.
E’ la condizione stessa della vittima che non lo permette.
Non è pensabile, non si può pretendere da chi ha subito
- violenza psicologica, fisica, economica;
- da chi è stato sottoposto a manipolazione, isolamento sociale, delegittimazione, per un lasso di tempo considerevole (si parla di mesi, anni, decenni);
che possa uscirne d’emblée, come per incanto, con uno schiocco di dita.
Ancora meno, narrare in maniera credibile, attraverso un racconto organico e preciso dell’accaduto.
Perciò, la vittima non può e non deve rimanere sola, senza sostegno, nel suo percorso di progressiva consapevolezza e superamento dei sensi di colpa.
La piena coscienza del suo essere vittima-mai complice è condizione necessaria per ripristinare un autostima mortificata, spesso annientata.
Per questo consigliamo e proponiamo, offriamo un percorso, consci dei pericoli a cui si va incontro, senza uno “scudo” efficace.
La rivittimizzazione (spesso anche involontaria) è sempre dietro l’angolo e non avere sviluppato gli anticorpi giusti per padroneggiare le varie inevitabili crisi può portare ad ulteriori danni.
In effetti, la paura – destabilizzante -di non essere creduta, rappresenta una delle cause principali per cui la stessa si avveri.
Un (ulteriore) vantaggio che non si può concedere ad un carnefice che già beneficia di un sistema inadeguato.
PierAnna Pischedda, Psicologa
