Il femminicidio di Vanessa Ballan ha messo in luce per l’ennesima volta le storture del (presunto) sistema di protezione dello Stato.
La vittima, infatti, era persona conosciuta alle forze dell’Ordine e alla Procura, in quantoaveva denunciato in precedenza quello che poi sarebbe diventato il suo assassino. Purtroppo, il fascicolo era stato classificato come “non urgente”.
La conferma di una ormai conclamata inadeguatezza da parte della macchina giudiziaria.
Uso intenzionalmente il termine“macchina”: quando detti “errori” si ripetono sistematicamente (i nostri tribunali sono da tempo attenzionati per come non riescano a tutelare le vittime dei reati di genere, violenza domestica, minori) non è possibile ricondurre il tutto allo sbaglio (comodo e autoassolvente) del solito, unico incompetente.
Ma se soffermiamo il nostro sguardo su quella parte della barricata e prestiamo più attenzione, ci accorgeremmo dopo 5 minuti di una serie – evidente – di problemi che non possono essere risolti da un singolo e non senza una serie di interventi strutturali.
Nel mio piccolo – premettendo che parlo da semplice cittadina quale sono -ho divisoquelle che io ravviso come criticità,nei tre seguenti blocchi:
- Mancanza di investimenti; sedi inadeguate; mancanza di personale; sistema telematico da terzo mondo; un numero spropositato di leggi e norme (soprattutto nel civile) che mutano ad ogni cambio di governo; un numero altrettanto spropositato di procedimenti per giudice.
- Un sistema di tre gradi di giudizio che sembra “disegnato” per garantire l’impunità a chi delinque; che non garantisce le parti allo stesso modo (imputato-centrico), a discapito dei diritti della vittima;un tribunale civile e penale che non dialogano fra loro, per cui l’uno ignora (spesso volutamente, nei casi di violenza domestica e minori) le sentenze dell’altro; un tribunale dei minori con le stesse criticità.
- Un potere giudiziario (uno dei tre poteri dello Stato) che sembra avere dei problemi nei criteri di selezione; spesso autoreferenziale e troppo “morbido” quando deve intervenire su un componente non all’altezza del suo ruolo e responsabilità; con alcuni aspetti delle modalità di autogoverno da riformare.
Eppure, da quando sono in grado di intendere e di volere, nei proclami del Governo di turno sulla riforma di turno della Giustizia, tali argomenti non hanno mai avuto le luci della ribalta o specifiche attenzioni.
Si sente parlare sempre e solo:
- digaranzie, salvo poi scoprire che le stesse si riferiscono solo a determinati reati (vi lascio immaginare quali);
- dilimitare determinati strumenti d’indagine;
- dilimitare la conoscenza dell’opinione pubblicariguardo ad indagini/avvisi di garanzia/rinvii a giudizio (sempre e solo per i determinati reati di prima) .
Diminuire la durata dei processi, garantire ai cittadini la giustizia in tempi ragionevoli non è mai la priorità; semmai – se si va troppo per le lunghe – si possono sempre diminuire i tempi della Prescrizione, con buona pace delle vittime.
Allora, perché non prendere in considerazione l’eliminazione di un grado di giudizio e la possibilità di riaprire il processo solamente in presenza di nuove prove?
In questo modo sarebbe possibile redistribuire i giudici di secondo gradoe i processi, diminuendo il carico di lavoro per tutti,dimezzandone la durata.
In questo modo si ridurrebbe al minimo l’utilizzo dell’odiosa Prescrizione che nega il diritto agli innocenti di essere riconosciuti tali e alle vittime di avere giustizia.
Perché la politica non interviene su queste –drammatiche e strutturali – criticità?
Non ne è forse al corrente? Per la cronaca,il Parlamento – ma anche il Governo – è pieno di Avvocati, il Ministro della Giustizia è un ex Magistrato.
O forse considera adeguati 4 anni e mezzo (tempo medio) per una sentenza penale di terzo grado e più di 7 per una civile?
Cui prodest una giustizia di questo tipo?
PierAnna Pischedda, Psicologa
