Ho appena finito il colloquio settimanale con un’assistita e devo constatare per l’ennesima volta quanto il diritto di famiglia sia stato stravolto (e i diritti di madri e figli minati) da un interpretazione fuorviante del concetto di bi-genitorialità introdotto dalla Legge 54/2006 sull’affido condiviso.
E’ probabile che al momento del passaggio parlamentare non tutti (tranne i firmatari del disegno di legge) fossero consapevoli dei reali motivi per cui si intendesse integrare la normativa vigente con una banale ovvietà ovvero puntualizzare il diritto dei figli di coppie separate nel non perdere la frequentazione di entrambi i genitori, puntualmente perseguito fino a quel momento. Immagino sarà passata come una delle tante operazioni di propaganda a cui la nostra classe politica ci ha abituati.
Solo qualche anno più tardi, dopo un cospicuo numero di sentenze sempre più discutibili si intravede uno specifico piano: il ripristino del #paterfamilias.
A questo dobbiamo aggiungere come l’interpretazione letterale della bi-genitorialità, si sia rivelato un reale impedimento nel riconoscimento dei casi di violenza domestica, maltrattamenti e abusi sui minori nonché un formidabile strumento di ricatto nelle mani dei maltrattanti/abusanti.
Nello stesso tempo e forse non a caso, dopo dodici anni dalla ratifica della Convenzione di Istanbul, non abbiamo ancora un #reatospecifico di #violenzadomestica, con una sostanziale disapplicazione della stessa.
Evidentemente, il legislatore non ha ritenuto vi fosse necessità né urgenza di colmare questo “gap”. Nonostante un centinaio di femminicidi l’anno (dato costante) e le centinaia di bambini (non è possibile disporre di dati reali al riguardo) istituzionalizzati nelle case famiglia o collocati forzatamente dal genitore non preferito.
Per cui ci troviamo di fronte a casi dove – in nome del “bene supremo del minore” – sono state volutamente ignorate sentenze di condanne (anche passate in giudicato) per violenza, maltrattamenti, abusi, dipendenza da stupefacenti, dipendenza da alcol, sempre con la stessa giustificazione: una figura genitoriale da cui non si può prescindere anche se palesemente perniciosa.
Sarà per questo, che le “narrazioni” più gettonate nelle cause di separazione riguardano:
- madri bugiarde, manipolatrici e vendicative che perseguono l’alienazione del padre;
- madri che hanno una “relazione tossica” con il partner e quindi incapaci di proteggere i figli dalle violenze dello stesso;
- madri troppo “brave” che “oscurano” automaticamente l’altra figura genitoriale;
- madri che non aiutano i partner inadeguati a migliorare il legame con i figli;
- madri conflittuali o altamente conflittuali (ovvero?);
- madri ostative, fusionali, istrioniche, aggressive, isteriche…(e chi più ne ha più ne metta).
- figli che rifiutano il padre perché manipolati.
Un bell’assortimento, tutto e il contrario di tutto, che finisce sempre in un unico modo: l’allontanamento dei figli dalla madre, affetti ed amicizie; collocamento in casa famiglia o col genitore meno preferito…o temuto.
Ricapitolando, uno stato dell’arte che definire criminogeno è un complimento.
Uno stato dell’arte dato dalla saldatura dei seguenti fattori:
- Il preciso intento politico di limitare diritti di madri e figli;
- Un sistema traballante per mancanza di investimenti e personale specializzato, humus perfetto per la costruzione di una rete omertosa e collusa;
- Il business messo su a vantaggio di figure professionali create all’uopo che si sono aggiunte ad avvocati e consulenti tecnici.
- Il business delle case famiglia: posti di lavoro precario che rappresentano un bacino di voti per chi assegna bandi e convenzioni.
Un fiume di denaro che potrebbe essere impiegato in maniera più funzionale ed efficace, non per ingrassare esclusivamente i redditi dei vari professionisti.
Il tutto, sulla pelle di innocenti, spesso anche vittime di reati gravissimi.
Una vergogna infinita e una violazione continua di diritti umani universali.
Italia, anno domini 2025.
PierAnna Pischedda, Psicologa
