Cultura, Religione, Politica

Fa discutere la notizia che a #Monfalcone un gruppo di adolescenti del Bangladesh si rechino a scuola col #niqab e di come la preside abbia ideato un escamotage per identificarle senza infrangere lo specifico precetto religioso.

Tale prassi si è resa necessaria – come sostiene la dirigente – per evitare un probabile abbandono del percorso scolastico.  

Non faccio fatica a credere che questa situazione abbia sollevato (giustamente) un vero e proprio polverone, ma una soluzione strutturale, valida per l’intero territorio nazionale non sarà possibile senza la messa in campo di una serie di azioni/strumenti/risorse.

Cerchiamo ora di entrare nella complessità della situazione.

Premetto che prima di farlo ho dovuto contare fino a dieci (forse qualcosina di più) per recuperare la lucidità necessaria. 

  • Le famiglie di queste ragazze vengono da un paese culturalmente molto diverso e professano una versione piuttosto radicale della religione islamica, che impone (tra le tante) un determinato “dress code” alle ragazze e alle donne adulte in un luogo pubblico. Non lo scopriamo certo adesso che tali dettami non hanno niente a che fare col volere di Dio (quello di turno) ma sono frutto del sempiterno #poterepatriarcale, presente in tutto il globo terracqueo. Potremmo fare un’infinità di esempi dei nostri costumi, passati e – alcuni – ancora presenti. Un paio di questi: il lutto eterno (come stato civile e come abbigliamento) a cui le nostre nonne, zie, amiche (indipendentemente dall’età) erano destinate per il resto della loro vita, una volta dipartito il coniuge; la doverosa dote della sposa al momento del matrimonio. Si tratta quindi di un problema di evoluzione culturale che nel nostro paese sono avvenute grazie alle battaglie femministe in primis, dagli anni 70 in poi.
  • Viste le inesistenti politiche di accoglienza-integrazione del nostro paese, i genitori, ma soprattutto le mogli-madri di queste famiglie, spesso completamente isolate e senza nessuna nozione della lingua italiana, non avranno altra possibilità che trasmettere ai loro figli/e la cultura e la religione di origine. 
  • Vista l’avvilente e miope legge sulla cittadinanza di cui ci siamo dotati, nella migliore delle ipotesi queste ragazze (magari nate in Italia) disporranno si e no di un permesso di soggiorno da rinnovare periodicamente. Ergo, zero diritti e zero protezione dello stato dai dettami di quella cultura che impattano nelle nostre leggi e che tanto ci indignano mentre, nel contempo, ci aspettiamo – e qui la nostra “ingenuità” assume proporzioni imbarazzanti – che le ragazze possano esprimersi liberamente e rifiutino il dress code a loro imposto. Dress code che in mancanza di uno status sociale definito rappresenta, paradossalmente, un simbolo della loro identità. 
  • Essere cittadine italiane le renderebbe più libere e impedirebbe ai genitori di prometterle in sposa a degli sconosciuti a migliaia di km di distanza; essere cittadine italiane garantirebbe loro il ritorno in patria dopo le eventuali “vacanze” estive nel paese di provenienza; essere cittadini italiani implicherebbe lo studio della lingua italiana, lo studio della Costituzione e il giuramento sulla stessa; essere cittadine italiane darebbe dei diritti fondamentali alle madri e darebbe loro la possibilità di potersi liberare da un matrimonio imposto, cercare lavoro, rendersi indipendenti, rendersi LIBERE.

In ogni caso, grazie alla dirigente per la sensibilità e l’attenzione dimostrata. 

La conoscenza “sul terreno” delle problematiche e la piena consapevolezza del suo ruolo e della sua funzione le hanno permesso di trovare una soluzione nel breve termine e di impedire che le ragazze passassero la loro adolescenza nell’isolamento delle mura domestiche al servizio dei maschi di casa, nell’attesa di servirne un altro. Non è un caso (almeno così si legge) che per i compagni di classe tale abbigliamento non sia causa di disagio. Probabilmente hanno ben compreso essere l’unico modo – al momento – per garantire alle loro amiche la frequenza scolastica. 

Invece, non possiamo dire altrettanto dei nostri politici, che brillano da anni per mancanza di visione e incapacità di gestire problematiche complesse. 

In realtà, finora si sono distinti per politiche di segno opposto, politiche che contrastano l’integrazione di cui straparlano ogni volta che si trovano davanti ad un microfono. Quell’integrazione che a parole – e solo a parole – rivendicano, agitandola per mera propaganda. 

Detto questo, NON possiamo tollerare che in uno stato laico dei dettami religiosi possano scavalcare le leggi che il paese (non senza fatica) si è dato, ma non possiamo pensare che questo possa avvenire sulla pelle di chi li stessi li subisce.

Ergo, invece di starnazzare – come le famose oche del campidoglio – a favore di telecamera, la politica dovrebbe ricordare a se stessa la sua reale funzione che non è pensare ai sondaggi e al mero esercizio del potere, ma perseguire il benessere della comunità attraverso una cornice di norme, diritti, doveri.  

Se la preoccupazione e l’indignazione sono reali, i passi immediati dovrebbero essere i seguenti:

  • Abolizione della Legge Bossi-Fini a favore di una legge sull’immigrazione che permetta di entrare nel paese con canali legali;
  • Una nuova legge della #cittadinanza e lo #JusSoli per chi nasce in Italia;
  • Il rispetto del diritto allo studio e dell’obbligo formativo, attraverso controlli e sanzioni (anche la perdita della responsabilità genitoriale se necessario) nei confronti degli inadempienti; 
  • Programmi obbligatori di alfabetizzazione per gli adulti, in maniera particolare le donne;
  • Il ripristino di un modello di #accoglienzadiffusa, l’unico in grado di garantire un inserimento sociale che non crei conflitti e incomprensioni all’interno delle comunità.

Qualsiasi iniziativa che non tenga conto di questi prodromici passi, lasciatemelo dire, sarebbe sempre la solita propaganda e conseguente presa per i fondelli. 

Ps. Tra qualche mese si vota per un referendum che intende cambiare le regole della cittadinanza, se abbiamo realmente a cuore il futuro di queste ragazze e non stiamo facendo solo “ammuina” recatevi al voto e dite la vostra.

PierAnna Pischedda, Psicologa 

 

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