Mi tocca ritornare sul piacere maschile (sulla sua esistenza) e sul fatto se lo stesso preveda la tanto sbandierata (nei film, letteratura, canzoni) condivisione del piacere.
Perché? Perché mi pare che le modalità con le quali questo viene esercitato rappresenti una delle radici laterali della cultura patriarcale. Una radice laterale i cui “frutti avvelenati” sono rappresentati da quelle condotte che rientrano nella definizione di reati sessuali.
Prima di entrare nello specifico, mi preme sottolineare (ancora una volta), rispetto a ciò, la “bizzarria” del celeberrimo sesso a pagamento, denominato anche “il lavoro più antico del mondo”.
Per chi non lo sapesse, quella pratica – che non ha una location predefinita – in cui un “utente” si reca da un/a “professionista” per richiedere una prestazione, che contratterà al momento.
Trattasi questa, di una professione sottoposta ad una pesante anomalia: il “personale” che opera in questo ambito (che nei secoli sembra non conoscere flessioni), per lo Stato non esiste.
Non può pagare le tasse; non può pagare i contributi; non ha diritto a nessuna pensione; non può esercitare nessuno dei diritti che spettano ai lavoratori.
Ma andiamo avanti.
Primo quesito: l’utente che si avvale della prestazione di un/a “sex-worker” si reca da quest* con lo stesso spirito e con lo stesso intento con il quale va dal fisioterapista, dall’osteopata, dal chiropratico?
Secondo quesito: se trattasi di una prestazione d’opera e in certi casi (quelli più disperati) di aiuto, perché chi “lavora” in questo campo (le virgolette sono per aiutare eventuali analfabeti funzionali che non riescono a cogliere la provocazione e il sarcasmo) non viene riconosciuto come lavoratore e non può esercitare i diritti che spettano ai lavoratori?
Terza domanda: se (soprattutto a noi donne) ci tirano su con la storiella dell’amore romantico, del piacere (ma non troppo) del sesso con il proprio partner fisso (marito-compagno-fidanzato), ergo un piacere condiviso, quale sarebbe quindi la richiesta dell’utente (più conosciuto come cliente) del sex-worker (donna- uomo-transgender)?
In altre parole, cosa si intende soddisfare quando si richiede ad uno sconosciut* – magari in una macchina e in assenza di condizioni igienico-sanitarie – una prestazione sessuale “unilaterale” (nel senso che non prevede il piacere dell’altro)?
Si intende tacitare un’ansia da prestazione?
Si intende ignorare un’evidente incapacità di relazionarsi fisicamente con un partner?
Si ignora l’esistenza dell’orgasmo, confuso con una banale scarica fisiologica?
O forse il piacere maschile risponde ad altre sollecitazioni che niente hanno a che fare con la condivisione, il consenso, la parità di ruoli?
E se così fosse, questo rappresenta un problema o no?
Secondo voi, l’ultima “moda” di sedare ragazze/donne per poi approfittare di un corpo esanime, privo di volontà, appartiene ad un desiderio sano, ad un sintomo di una patologia psichiatrica o a un disturbo di personalità?
Nel migliore dei casi, ad una forma depravata di masturbazione con sex toy (il corpo della donna), unica forma di piacere conosciuta dalla maggior parte dei maschi…nei secoli dei secoli.
Pieranna Pischedda, Psicologa
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