La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla“Prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica”, più nota come la Convenzione di Istanbul (2011) è stata ratificata dall’Italia nel 2013 ed entrata in vigore ad agosto 2014.
Rappresenta il primo strumento internazionale, giuridicamente vincolante, che interviene specificamente nell’ambito della violenza domestica, includendo – oltre alle donne – anche altri soggetti coinvolti (bambini, anziani).
Senza entrare nel dettaglio, uno degli aspetti – a mio avviso – più rilevantedella legge, è l’importanza dataagli investimenti sulla protezione e sulla prevenzione.
Troppo spesso la violenza di genere è stata (e viene ancora) considerata, un“problema”femminile. In realtà,è un evento che coinvolge (almeno) due soggetti: la vittima e il suo persecutore, autore del reato. Ed è proprio sull’autore del reato, sulla conoscenza delle ragioni/cause che lo spingono ad esercitare comportamenti violenti contro l’altro sesso che si gioca il futuro della relazione uomo-donna; conazioni volte a contrastare il fenomeno alle sue radici, in un’ottica di riduzione e/o azzeramento del danno.
L’adozione di politiche in tal senso richiedono significativi investimenti (e qui la politica deve fare il suo), nell’ottica di un profondo cambiamento di atteggiamenti e il superamento di stereotipi culturali che favoriscono o giustificano l’esistenza di tali forme di violenza.
Per questo la Convenzione impegna le Parti – oltread adottare misure legislative di prevenzione – alla promozione di campagne di sensibilizzazione e a favorire programmi educativi nuovi nonché formare adeguate figure professionali.
Un programma ambizioso, ma non per questo meno concreto e necessario per debellare un fenomeno che ha un altissimo costo economico-sociale.
Nella fattispecie, auspichiamoun’educazioneai sentimentie alla relazione basata sulla condivisione e il rispetto dell’altro/a (come individuo pensante e autonomo) e non come l’esercizio di potere di una parte nei confronti dell’altra.
Innanzitutto, però, serve una presa di coscienza generale che la violenza di genere è un problema di tutti, soprattutto di chi la agisce.
