Problemi, difficoltà, conseguenze della separazione: l’alta conflittualità

Con la definizione di “alta conflittualità”, si intende uno stato relazionale fortemente compromesso, che “impedirebbe” ai coniugi di negoziare le condizioni della separazione e – in maniera particolare – quelle relative alla gestione dei figli.

Una situazione in cui, le cause/effetti (nonché le caratteristiche di personalità dei contendenti) che hanno determinato la fine dell’unione matrimoniale, diventano preponderanti rispetto alle necessità/capacità di prendere decisioni pragmatiche – e non solo – che una situazione di transizione, come la separazione, richiede.

Il livello del conflitto sarebbe così alto da impedire anche ai professionisti coinvolti, nella fattispecie i rispettivi avvocati, qualsiasi attività di contrattazione/negoziazione che possa andare a buon fine per tutte le parti in causa.

Per questa tipologia di casi spesso, il Giudice, si avvale (anche previa richiesta) di un determinato strumento – la consulenza tecnica di ufficio (Ctu) – per la valutazione tecnica di dati la cui prova sia già stata assunta, nonché per fornire elementi diretti di giudizio.

Il Codice di Procedura Civile descrive il Consulente tecnico di ufficio (Ctu) come un ausiliario del Giudice, che solo dal Giudice può essere delegato a compiere determinate attività accertative in proprio. (artt. 61, 193, 194)

 Al Consulente compete esprimere una valutazione sulle problematiche relazionali da lui direttamente osservate senza provvedere ad alcuna ricostruzione “storica”.

Detta valutazione, pur non essendo vincolante per il Giudice, può rivelarsi un aiuto determinante per l’enunciazione della sentenza.

Negli ultimi anni però, dobbiamo riscontrare un’impennata di richieste di consulenze tecniche a causa dell’alta conflittualità fra i coniugi. Questo dà da pensare:

  • Il ricorso a questo strumento, intanto, significa il fallimento delle (eventuali e possibili) azioni messe (o no) in campo in precedenza.
  • Il frequente ricorso alla definizione di “alta conflittualità”, a mio avviso, sembra nascondere l’incapacità (o la leggerezza) nel leggere la complessità di vicende in cui – problematiche economiche, emotive, individuali, familiari e sociali – strettamente aggrovigliate, danno forma a una matassa difficile da sbrogliare…e da raggomitolare.
  • L’accettazione sistematica e disinvolta (per certi versi acritica) di tale definizione, dà adito a varie preoccupazioni: in primis quella di ignorare/sorvolare (e quindi “normalizzare”) l’esistenza di comportamenti (purtroppo) frequentemente presenti nei contesti familiari e che rispondono alla definizione di Violenza Domestica. Si ha la sensazione (quasi una certezza) che, la definizione generica e generalista di “alta conflittualità”, in realtà, impedisca l’emersione di reati come – violenza fisica, psicologica, assistita, maltrattamenti, abusi, stalking –  permettendo ad un presunto colpevole di continuare a farla franca e condannare delle presunte vittime ad ulteriori danni e vittimizzazione.

PierAnna Pischedda

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