Riflessioni e piccole proposte.
Lo stato, attraverso il legislatore, regolamenta i momenti della separazione cercando di tutelare in maniera equanime gli interessi dei coniugi e, soprattutto, dei figli.
Sappiamo bene che niente è perfetto e tutto è perfettibile…al momento, non è possibile affermare di avere trovato soluzioni che soddisfino – nello stesso grado – tutte le parti in causa.
Il punto, come affermato da più parti, riguarda la difficoltà di trovare, a livello giuridico, strumenti efficaci in grado di dirimere situazioni ad “alto contenuto emotivo” –aspettative tradite, senso di fallimento, sconfitta, paura del futuro, inadeguatezza, senso di abbandono… (l’elenco è lunghissimo) – che poco hanno a che fare con il linguaggio, i tempi, le logiche della giustizia.
Trattasi, in realtà, di tematiche relativamente nuove, legate ai cambiamenti della società e alle trasformazioni della famiglia, materia quindi, “in progress”.
Probabilmente, c’è bisogno di più consapevolezza delle difficoltà (emotive, economiche, sociali, ambientali) che un nucleo familiare attraversa a causa della sua disgregazione.
Probabilmente, le figure professionali coinvolte (Giudici, Avvocati, Psicologi, Assistenti sociali), necessiterebbero di una formazione specifica, mirata e in continuo aggiornamento.
Probabilmente, bisognerebbe pensare alla messa in campo sistematica, di strumenti dedicati alla transizione in atto: che precedano o affianchino il percorso giuridico, come parte integrante dello stesso. Ergo, un’inversione di rotta: investire nel “durante” piuttosto che a danno concretizzato.
Se la famiglia è uno dei pilastri portanti della nostra società, lo stato non può permettersi di latitare (in termini di risorse e strumenti) in questi delicati frangenti.
L’utilizzo propedeutico della mediazione familiare (fatta esclusione nei casi di violenza domestica e reati similari) potrebbe rappresentare una tra le soluzioni. Un’azione sostanziale volta a favoriree supportare, l’elaborazione, la gestione e/o il superamento di traumi e sofferenze che ogni separazione comporta: in altri termini, l’accompagnamento ad una buona separazione.
Con l’aiuto di un esperto mediatore sarebbe possibile (per l’ex coppia) continuare a pensare e prendere decisioni in comune, in virtù della costruzione di un nuovo (e futuro) equilibrio, rispettoso delle parti tutte, figli minori in particolare. Come fine ultimo il distacco del ruolo di coniuge da quello di genitore, per evitare quello che (molto) spesso succede, ovvero il coinvolgimento dei figli nel conflitto coniugale, dove, puntualmente, perdono lo status di soggetto “indipendente” per passare a quello di “proprietà” dell’adulto.
Il conflitto (anche quello originato da una separazione), se saputo gestire – attraverso il confronto e il rispetto dei punti di vista (esigenze, sentimenti) dell’altro – costituisce fonte di arricchimento e di crescita.
Modificare la temporalità e le modalità dell’intervento da parte dello Stato – nella fattispecie, una maggiore offerta di strumenti e risorse professionali nella fase di transizione – sarebbe quindi auspicabile e – nel medio e lungo periodo – anche meno costosa sia in termini economici, che psicologici e sociali.
Pensiamoci.
Pier Anna Pischedda
