La nostra Costituzione riconosce alla famiglia una posizione preminente nella società. Famiglia (e istituto del matrimonio) sono uno dei suoi pilastri portanti.
Come l’esperienza ci insegna però, questi pilastri non sempre sono portanti e spesso neanche pilastri…ma finché non li sostituiamo con qualcosa di meglio, è con essi che ci dobbiamo misurare.
Questo per dire che una separazione, un divorzio, non sono una festa.
Nessun coniuge che abbia creduto in buona fede in quest’unione, lo pensa.
Utilizzo la definizione “in buona fede” non a caso in quanto, esperienza professionale e studi hanno evidenziato come – l’inizio di una convivenza, il matrimonio, la creazione di una famiglia – spesso non hanno niente a che fare con sentimenti amorosi reciproci bensì con la soddisfazione di bisogni altri.
In ogni caso, il divorzio rappresenta il fallimento di un progetto importante, per alcuni il più importante della vita.
Prendiamo in esame la situazione “ideale”, quella dell’unione “per amore”.
Due persone si incontrano-si conoscono-si innamorano-pensano un progetto-lo pianificano e lo mettono in atto, nel matrimonio o nella convivenza.
Si diventa coppia e poi famiglia.
Ma, ad un certo punto, quel progetto così importante si blocca, si ferma, si sfascia. Un progetto di vita che si rompe e si esaurisce: un vero e proprio lutto.
Ciò che ne consegue è una grande sofferenza: sempre e, sottolineo, sempre.
Anche nel migliore dei casi, anche quando i due coniugi/compagni maturano una comune consapevolezza della fine del rapporto e si separano in maniera consensuale.
E quando l’unione ha generato altra vita, la situazione si complica ulteriormente.
La presenza di figli (e tutte le implicazioni emotivo-affettive che ne conseguono), rende tutto più complesso e inasprisce il conflitto tra i – ormai ex – coniugi.
In questo frangente, vista la posta in gioco, il conflitto, almeno per un certo periodo di tempo, è fisiologico e inevitabile.
Più questa fase (dolorosa) di transizione si protrae, più il rischio che i confliggenti confondano/sovrappongano il ruolo di coniuge con quello di genitore, aumenta a livello esponenziale.
Da questa sovrapposizione deriva la maggior parte dei problemi.
La materia non è per niente semplice. Non si tratta di normare, il trasporto di merci o regolamentare l’orario degli esercizi commerciali.
Trattasi della risoluzione di un contratto (il matrimonio) – basato su un giuramento tra due persone – riguardo alla durata indeterminata (finché morte non vi separi) dei sentimenti amorosi reciproci; sentimenti venuti a mancare in almeno una delle due parti.
Da qui la necessità di gestire un particolare tipo di conflitto, che risponde alla perdita di un’affettività che ne genera altra, molto diversa, se non opposta.
Molti di noi conoscono il senso di sconfitta; di fallimento; di inutilità; il senso di colpa; la rabbia; il rancore; in alcuni casi l’odio che la separazione genera.
Siamo tutti d’accordo nel sostenere la difficoltà dell’operazione?
A questo riguardo sarebbe utile e ragionevole pensare che non esistono soluzioni in grado di soddisfare in maniera equanime le parti in causa. Per questo si parla di accordi e si negozia: non c’è niente di romantico, ma è la cosa migliore da fare.
Ci potremmo reputare soddisfatti se i due separandi, nonostante la perdita del ruolo di coniuge non abdicassero contemporaneamente a quello di genitore e continuassero a mettere i propri figli al primo posto.
Così dovrebbe essere…ma spesso, troppo spesso non è.
