Una riflessione sulla presenza dello Psicologo all’interno degli istituti scolastici

Mi arriva da diverse delle nostre assistite la seguente situazione.

Minorenni che da anni subiscono la violenza domestica (psicologica, economica, vicaria, assistita), ad un certo punto, specialmente nel periodo di latenza e dell’adolescenza, “decidono” di rendere visibile in maniere anche plateali la loro sofferenza, riversandola (per ovvi motivi) rispettivamente, sul genitore accudente; su fratelli/sorelle; in ambito scolastico (scarso rendimento; condotte devianti). 

Un genitore accudente (non fatevi fuorviare dalle esigenze grammaticali, quasi sempre la madre) che ben conosce la sofferenza del figlio/a; che per la stessa combatte da anni e che dovrà sobbarcarsi quest’ulteriore aggravio ovvero scontare colpe che non le appartengono.

Come tutti ben sapete, la legge prevede il consenso di entrambi i genitori per ogni decisione di carattere sanitario che riguarda i figli minorenni. 

Succede allora che in caso di separazioni “problematiche”, tradotto, in caso di violenza domestica, il mancato consenso rappresenta non solo un’arma di ricatto, ma anche uno strumento per occultare le probabili prove dei maltrattamenti subìti dal minore.

Ora, si poteva sperare in uno spiraglio di luce con l’attivazione degli sportelli psicologici nelle scuole. 

E invece no. 

Invece siamo riusciti a rendere inutile anche quello.

Se un discente decide di bussare allo sportello per poter parlare con un professionista che può garantire – nel peggiore dei casi – Accoglienza e Ascolto, le motivazioni più frequenti sono:

  • è vittima di bullismo;
  • sta vivendo un disagio familiare importante;
  • è sotto pressione per le aspettative troppo alte da parte della famiglia;
  • è vittima di maltrattamenti (incuria, discuria, ipercura).

Ma, per poterlo fare deve avere il consenso di entrambi i genitori ovvero dei potenziali responsabili del suo malessere. 

CHE SENSO HA TUTTO QUESTO?

Fermo restando che non si tratta di un’azione sanitaria bensì di un semplice colloquio che neanche lontanamente può essere paragonato ad azione terapeutica perché, nei fatti, lo si fa passare per tale?   

In che modo e con quale spirito, il minorenne dovrebbe chiedere il permesso per parlare con uno Psicologo a chi di quelle sofferenze è causa?

Trattasi di una normativa folle o intenzionale? 

A me pare l’ennesima presa in giro e – a dispetto di tutte le belle parole con le quali ci si sciacqua la bocca – la mera negazione del minore come soggetto giuridico.

A pensare male, un’ulteriore dimostrazione della volontà di ricondurre i “panni sporchi” all’interno delle mura domestiche; di silenziare testimonianze; di voltare le spalle alle vittime.

A pensare male, peccato però che non ho nessun elemento per pensare bene.

PierAnna Pischedda, Psicologa

                   

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