L’omicidio di Giulia Cecchettin, ha determinato un risveglio delle coscienze riguardo ai femminicidi che – in controtendenza con i dati degli omicidi, in calo da anni – si mantengono costanti e/o in aumento.
Ma non è tutto oro quello che riluce.
Infatti, dopo i primi momenti di (generico) sdegno generale (a cui è facilissimo aderire) sono subito spuntati i distinguo.
Perché stavolta non è stata la solita volta.
Perché stavolta le “vittime sopravvissute” (familiari e amici della deceduta) hanno rotto gli “schemi”, costringendo le persone a guardare in faccia il problema, a prendere posizione.
Perché stavolta hanno “osato” puntare il dito sulle cause, chiamandole per nome e cognome, hanno chiesto cambiamento e assunzioni di responsabilità.
Ed è a questo punto che lo sdegno – grazie anche alle numerose manifestazioni (oceanica quella di Roma, partecipatissime nel resto del paese) – si è trasformato per una parte di connazionali (e una parte della politica) in fastidio, stizza, in un “gne gne gne” risentito (molto di moda in questo momento storico), che potremmo sintetizzare nel solito “not all men” (ma vi assicuro che le spiegazioni a supporto sono molto articolate…e fantasiose).
L’atteggiamento tipico di coloro non intenzionati ad ammettere responsabilità sociali o culturali, ma di riportare il tutto ad offesa personale a cui basta dire un banale “io non lo faccio” per tirarsene fuori e relativizzare al singolo “mostro”.
Peccato che questi “singoli mostri” sono centinaia ogni anno (femminicidi), a cui dobbiamo aggiungere (consultare le statistiche al riguardo per credere):
- le migliaia che si macchiano di violenza domestica;
- le migliaia che si macchiano di violenza sessuale;
- le migliaia che si macchiano di violenza, maltrattamenti e abusi sui bambini;
- i milioni di “utilizzatori finali” di prostituzione minorile;
- i milioni di “utilizzatori finali” di prostituzione riconducibile direttamente alla tratta di esseri umani;
- i milioni che tutti gli anni “spendono” le loro vacanze in turismo sessuale, recandosi in nazioni dove la povertà regna sovrana (paradisi dei pedofili), in cui è possibile abusare di vite innocenti come se fossero giocattoli in cambio di pochi spiccioli. TUTTI singoli mostri a quanto pare.
Francamente, la cosa non mi sorprende.
Secoli di abusi e privilegi, “istituzionalizzati” dal sistema sociale patriarcale necessitano di un processo di consapevolezza costante, continuo…e generale.
Confesso che ogni tanto mi scappa anche qualche risata a leggere o ascoltare (da certa politica e dalla stampa servile che gli va dietro) le improbabili (a tratti ingenue ed esilaranti) spiegazioni tese a minimizzare e/o negare l’innegabile.
D’altro canto, la maggior parte di chi occupa posti di potere lo fa grazie proprio al #patriarcato, non certo per merito, ma – guarda un po’ – proprio per gender.
Sui social è tutto un fiorire di improbabili account che riportano dati inesistenti e inventati a cui – puntualmente – una consistente percentuale di carpe abboccano.
La #consapevolezza richiede Impegno, Fatica, Azione, Solidarietà, Attivismo, gestione della Frustrazione; vuoi mettere, invece, una “sana” risata in compagnia degli amici su improbabili, mirabolanti, prestazioni che diventano in un batter di ciglia delegittimazione e stigmatizzazione quando “l’altra parte” non corrisponde più alle aspettative oppure una ricreativa puntatina in uno (ad esempio) di quei posti (spuntati come funghi) da dove esci fuori con delle “comodissime” e “funzionalissime” unghie?
Eppure è proprio per loro che bisogna continuare ad urlare; è proprio per loro che bisogna continuare a denunciare; è proprio loro che bisogna “svegliare” da questo tossico sonno.
Perché i “dormienti” fanno parte del problema, SONO il problema.
Pieranna Pischedda, Psicologa.
