La vittima di violenza domestica

Secondo la Vittimologia, la branca della Criminologia che“indaga sulle reazioni e sugli atteggiamenti della vittima di reato e sull’interrelazione tra questa e il soggetto agente”,l’acquisizione della condizione di vittima da parte di un soggetto (consapevole o meno) prende il nome di vittimizzazione, distinguendone tre tipi.

  • Vittimizzazione primaria:nel caso in cui sussista una relazione con l’autore;
  • Vittimizzazione secondaria: se causata dalle spire dell’iter giudiziario e processuale;
  • Vittimizzazione terziaria: nel caso in cui l’autore rimanga ignoto o venga assolto.

La vittima di violenza domestica è un particolare tipo di vittima:

  •  può non essere visibile agli occhi degli altri;
  • essa stessa potrebbe non essere consapevole della sua condizione;
  • potrebbero passare anni prima di esserne cosciente;

Con il termineViolenza domesticasi definiscono “tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima.” (Convenzione di Istanbul)

La definizione rende merito alla natura composita di questo reato.

In effetti, l’universo violenza domestica ècomplesso, multidimensionale e sfaccettato e comprende la violenza Fisica;Economica; Psicologica (violenza nelle relazioni intime); Assistita. Un mix micidiale e devastante.

La vittima di violenza domestica è una persona che si trova imprigionata in una relazione con un partner che agisce comportamenti violenti, distruttivi e di controllo per mantenere un legame a lui vitale. 

Un legame che (almeno inizialmente) sembra procedere in maniera felice ed equilibrata ma, probabilmente a causa di un fattore scatenante (un lutto, la perditadel lavoro…ma anche molto meno) sideteriora rapidamente.

Conseguenze.

Si parla, in questo senso, di una persona sottoposta per mesi, anni, decenni ad un logoramento quotidiano delle proprie capacità-competenze-sicurezze; privata dei suoi affetti e relazioni amicali (isolamento affettivo e sociale); delegittimata e umiliata di fronte ai figli. Una persona, che a fronte di ciò,potrebbe convincersi della veridicità delle accuse e ritenere sé stessa causa del problema, colpevole e non vittima.

Detta tortura sistematica ne fanno un essere umano in balia di difficoltà e incertezze che si manifestano soprattutto con un senso generalizzato di impotenza, di inadeguatezza e di dipendenza dall’aggressore.

Possiamo descrivere la realtà della vittima di violenza domestica come un’altalena.

Un’altalena che assume in maniera ambigua e contraddittoria i connotati di realtà distruttrice ma anche di realtà relazionale, valoriale e affettiva.

Come possono, questi due (antitetici) stati essere compresenti?

Innanzitutto, bisogna dire che l’obiettivo principale di ogni essere umano è quello di sopravvivere. Per fare questo, sviluppiamo specifiche difese, strategie, risorse.

Nel nostro caso, la vittima impara-  mediante l’utilizzo dei meccanismi di difesa della dissociazione, minimizzazione, negazione erazionalizzazione a modificare una realtà altrimenti inaccettabile e insopportabile. Contemporaneamente, può essere in contatto con percezioni di sé e della realtà più autentiche, che portano a vissuti di impotenza, disperazione e senso di fallimento con conseguente compromissione del pensiero progettuale. Il risultato è lo sviluppo diun pensiero che condivide simultaneamente opinioni palesemente contraddittorie.

Grazie a questa capacità di adattamento la vittima riesce a subire/sopportare situazioni disumane anche per decenni. Chiaramente tutto ciò ha un costo altissimo e lascia ferite profonde nella personalità della vittima. Come una condizione psicologica che, seppur “liberata” dalla gabbia in cui è stata rinchiusa, rimane fortemente impregnata di una serie di paure, insicurezze, ambiguità, rabbia.

Si consiglia per questo di intraprendere un percorso con un professionista per sanare-comprendere-elaborare-superare l’accaduto e affrontare così, l’inizio di una nuova vita (per alcune la prima) lasciandosi il tragico passato alle spalle. 

PierAnna Pischedda

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