Gli “uomini cicogna” e l’immarcescibile bisogno di fare branco

Dopo un bel numero di anni, obbligata da alcuni (amati) capi d’abbigliamento mi sono iscritta in palestra.

Mi aspettavo – forse ingenuamente – di trovare significativi cambiamenti in un segmento che possiamo configurare come rappresentativo della popolazione per fasce d’età (dagli adolescenti agli ultra settantenni) e status sociali rappresentati (studenti, lavoratori, professionisti, pensionati) per invece constatare le solite – a quanto pare inscalfibili – dinamiche.

Vorrei parlare con voi di un bizzarro fenomeno, tipico di questo microcosmo: l’uomo cicogna (la definizione non è mia, ma di un istruttore).

Trattasi di un soggetto con un fisico che dalla cintura in su ha le sembianze di un marcantonio, pompato come l’omino di una famosa marca di pneumatici e – non a caso – di un ancor più famoso calendario, mentre dalla cintura in giù ricorda il volatile che ancora oggi nell’immaginario di tanti, consegna i neonati ai genitori. 

L’uomo cicogna è un essere a cui devono avere trapiantato delle cornee particolari per cui quando si guarda allo specchio vede un gladiatore mentre la figura reale che ci viene rimandata sembra il risultato dell’esperimento di uno scienziato pazzo. 

Quale sia la causa di questa distorsione percettiva generale (non si tratta di casi isolati) per cui quei corpi osceni (mia percezione) rimangano sotto la soglia della consapevolezza, ha sempre suscitato la mia curiosità, oggi mi va di cercare una spiegazione. 

Dopo anni di osservazione credo di poter affermare senza tema di smentita che ciò sia dovuto a qualcosa di profondo, di interiorizzato, relativo ad un determinato codice. 

Risponda cioè, al bisogno/obbligo di osservare un “catalogo del maschio”, indispensabile per essere incluso nel gruppo dei pari (anche se l’adolescenza è passata da un pezzo). Evidentemente, dei bei glutei e delle belle gambe non vi rientrano, non sono sinonimo di virilità. 

Peccato che noi donne, invece, siamo particolarmente sensibili allo loro bellezza, ma per l’uomo cicogna piacere all’altra metà del cielo non è una priorità. 

Comincia appena varcano la soglia, si guardano in giro per individuare facce conosciute, possibilmente quelle dall’altra parte della sala in modo da dover alzare la voce, annunciare a tutti il proprio arrivo…segnare il “territorio” e l’appartenenza. 

Da lì, all’eterno gioco che si genera ogni qualvolta ci si trovi in un numero superiore a due, è un attimo. 

Solite battute sulla virilità, risate sguaiate, pacche su varie parti del corpo di adolescenziale memoria (ma hanno 40/50/60 anni), l’immancabile calcio… insomma il Pantheon classico ed un unico imperativo: non rimanere fuori dal gruppo (che potrebbe trasformarsi in branco) e rimarcare continuamente di essere degno (che fatica, ma chi ve lo fa fare!). 

Per l’uomo cicogna, conformarsi ai canoni “virili” è la prima preoccupazione. Mostrare la potenza (attraverso il petto gonfio e i bicipiti che scoppiano) nella ricerca del reciproco riconoscimento ed evitare l’esclusione dal club.

Alla luce di ciò, la tanto decantata solidarietà maschile, in realtà, sembrerebbe costruita sulla paura dell’esclusione più che su un’adesione sincera a comuni valori.

Nel 2026, che questo sia lo stato dell’arte, è più che sconfortante…ma fa anche ridere.  

Ps. Sarà un caso, ma la maggioranza dei maschi che in palestra possono vantare un fisico armonioso, non fanno comunella o sono gay.

PierAnna Pischedda, Psicologa 

#uomocicogna #codicepatriarcale 

   

 

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