Intervento al Convegno
“La mancata applicazione della Convenzione di Istanbul e la deriva pasista”.
4 Dicembre, Sala Caduti di Nassirya, Senato della Repubblica.
Tempo fa, in un Congresso di “Femminicidio in vita” definii la legge 54/2006 sull’Affido condiviso un plastico esempio di come “le vie dell’inferno siano lastricate di buone intenzioni”, ora col Disegno di Legge 832 a prima firma Balboni (FdI), passando per il tentativo fallito del ddl 735/2018, più noto come Decreto Pillon, mi viene da dire che “perseverare è diabolico”.
A causa della mia professione, rilevo ogni giorno con mano quanto una legge apparentemente innocua possa rivelarsi nella sua messa in pratica un inferno per chi la subisce.
Con quanta consapevolezza i nostri parlamentari firmino e votino certi disegni di legge spesso – francamente – mi sfugge.
Però, quando si insiste su un solco andando sempre più a fondo, allora il sospetto che si stia seguendo un programma ben preciso, una determinata visione, diventa certezza.
Nel ddl in questione, il legislatore sembra voler fare un ulteriore salto di qualità.
A causa del concetto di affido paritetico che lo contraddistingue, è stato subito ribattezzato Salomone, dal famoso racconto biblico. Ma mentre l’intento del saggio Re era scoprire la madre reale ovvero l’amore sincero (mediante la rinuncia alla “metà” del figlio), qui si va dritto sullo scoraggiare (per usare un eufemismo) qualsiasi tentativo di separazione (tema caro all’ex senatore Pillon e sodali), con il neanche tanto velato obiettivo di svuotare dal di dentro l’istituto del Divorzio.
Immaginatevi le conseguenze nel caso di violenza domestica e abusi sui minori.
Ergo, il ddl appare come l’ennesimo tassello (come il contrasto alle Legge 194,
il depotenziamento dei Consultori, i sempre minori finanziamenti ai Centri anti Violenza, l’assenza totale di politiche femminili degne di essere chiamate tali) di un disegno di compressione della libertà e autodeterminazione della donna.
Un progetto politico che ha come obiettivo di rimandarla a casa a “riprendere” il suo ruolo naturale, come da “codice genetico” (per usare le parole del Ministro della Giustizia) ovvero quello di moglie, madre e badante.
In altre parole, una donna dipendente economicamente dal coniuge, il cui dovere è procreare e accudire italiani bianchi all’interno di una famiglia tradizionale.
Per coerenza con tale visione, da diversi anni qualcuno propone anche la riapertura delle case chiuse, così, giusto per chiudere il cerchio e ripristinare i romantici passatempi dei nostri bisnonni.
Se si potessero spiegare – “urbi et orbi” – le conseguenze di questo disegno di legge, assisteremmo al crollo istantaneo dei matrimoni e ci potremmo anche scordare la parola natalità.
Per correre ai ripari, suggerirei di abolire e pure di corsa, l’articolo 5 della Legge 40/2004, che vieta la procreazione medicalmente assistita per le donne single, se non vogliamo rischiare la totale scomparsa del gene italico, tanto caro ad una certa area politica.
Stiamo quindi di fronte ad una determinata visione del mondo, ad un progetto che per concretizzarsi deve passare necessariamente attraverso la limitazione di autonomia e diritti.
Per questo, il filo conduttore di questo ddl è l’utilizzo del potere economico in maniera abusante.
- Abusante, nell’intenzione di non passare più gli alimenti a chi negli anni si è occupata della gestione familiare rinunciando alla carriera lavorativa se non proprio al lavoro e all’indipendenza economica;
- Abusante, nel conseguente diverso tenore di vita a cui i figli si dovrebbero adeguare ogni volta che passano da un genitore all’altro (alla faccia del diritto alla stabilità). Magari con la speranza che “parteggino” per il genitore economicamente più forte perché, si sa, nell’universo patriarcale l’amore si compra.
Ricordo sommessamente che la violenza economica è una delle forme di violenza domestica quindi un REATO.
Vederla perseguire in un disegno di legge mi pare come minimo inquietante, ma rende perfettamente l’idea dell’aria che tira.
Sarà (anche) per questo che a distanza di 12 anni dalla sua ratifica, la Convenzione di Istanbul sia totalmente disapplicata e non ci siamo dotati di un reato specifico di violenza domestica?
Siamo al ritorno di un vetusto quanto immarcescibile pensiero per cui il maschio, in nome del potere economico e politico da lui tradizionalmente detenuto, possa disporre della vita delle donna (e della prole) come crede, in quanto pagante/padrone.
Va da sé che l’autonomia rappresenta il nemico da combattere.
Due minuti sul concetto principe di questo ddl, l’affido Paritetico.
Analizziamolo sul versante degli adulti e quello pragmatico.
Paritetico, quindi cinquanta e cinquanta. Mi sono chiesta, ma questa condizione di parità, da quando parte?
Dal concepimento? Il feto passerà 4 mesi e mezzo nel ventre materno e 4 mesi e mezzo in quello paterno? Attualmente questa soluzione non appare praticabile, ipotizziamo quindi che i nostri legislatori abbiano informazioni diverse dalle nostre rispetto ad un prossimo futuro.
In che modo i due procreatori si spartiranno le criticità della gravidanza?
A chi toccheranno nausea e vomito a chi il diabete gestazionale, episiotomia, taglio cesareo…e la depressione post partum, per parlare come la generazione Z, chi se l’accolla?
Forse che i nostri legislatori hanno pensato ad un Congedo parentale obbligatorio paritario di sei mesi?
Forse il tempo che si trascorre con la prole è paritetico? Permettetemi di esprimere qualche dubbio al riguardo.
Vi risulta che ad un colloquio di lavoro venga chiesto agli uomini se abbiano intenzione di fare figli?
Quanti padri conoscete che hanno perso il lavoro per un figlio? Zero.
Quanti padri conoscete che abbiano lasciato il lavoro per crescere i figli? Zero.
Gli stipendi di uomini e donne sono paritetici?
Come si può quindi, cianciare di affido paritetico senza prima avere raggiunto un Coinvolgimento paritetico pregresso?
Malafede? Disonestà intellettuale? Patriarcato? A voi la scelta.
Dulcis in fundo, a fronte delle spese che si moltiplicano sulle spalle dei “separandi” (Avvocati, Consulenti tecnici di ufficio e di parte, Coordinatori genitoriali, Mediatori; Curatori e case famiglia, invece, sono a carico di tutti noi) ed in particolar modo per la parte economicamente più debole, quella dell’accudente non retribuita per intenderci, il ddl prevede misure di sostegno?
Neanche un centesimo, dato che viene assicurata la non onerosità per lo Stato. invarianza finanziaria (art. 18).
Concludo, con una domanda: in tutto questo, che fine ha fatto il “bene supremo del minore”? rda, è esattamente in quest’ottica che leggo il voto in questione. Si placa la “sete di giustizia” delle famiglie delle vittime (nonché dell’opinione pubblica) comminando la massima pena spostando l’attenzione – e qui il trucco illusionistico – dal problema reale: quello di tenere fuori – scientemente – dalla narrazione ufficiale e dai Tribunali tutto ciò che precede il “reato finale” (violenza domestica, nelle relazioni intime, violenza sessuale, molestie, gender gap).
Come?
Oscurando, minimizzando,negando tutto ciò che precede il “gesto irreparabile”.
Perseguendoil racconto dell’evento eccezionale, compiuto da un soggetto deviante, in un’ottica esclusivamente punitiva.
Avversando nello stesso tempo ogni tentativo di un approccio educativo-preventivo al fenomeno.
Così, nel momento in cui il femminicidio si compie, ci indigniamo, urliamo al mostro e ora – con il reato specifico – lo puniamo con la giusta pena.
A posto così, giustizia è fatta.
Poco importa (un dettaglio insignificante) se l’assassino lo abbiamo “difeso” fino a poco prima, magari perché padre (ma sarebbe più realistica la definizione di dispensatore più o meno consapevole di spermatozoi).
Poco importa se continuiamo a definire esuberanti, versione moderna di “poveri ma belli cocchi di mammà”, dei vermi che “approfittano” (per usare un eufemismo) di una preda/amica ubriaca o opportunamente resa impotente da una sostanza (droga dello stupro) somministrata a sua insaputa.
Poco importa se continuiamo a rivittimizzare, mettendo sul banco degli imputati donne e bambini che denunciano violenze e abusi.
Allora, se siete in buona fede e avete contezza del fenomeno, mi aspetto che entro la primavera prossima ci “regalerete” il reato specifico di violenza domestica con l’applicazione estesa della Convenzione di Istanbul sul piano della Prevenzione ed Educazione.
Allora sì che ai miei occhi risultereste più credibili.
L’aumento (giusto) delle pene e la definizione di specie del reato non risusciterà nessuna delle vittime, non avrà nessun effetto deterrente (se qualcuno lo pensa significa che non ha ANCORA capito niente) così come non eviterà la condizione di orfani a centinaia di figli ogni anno.
L’aumento delle pene non cambierà lo stato delle cose, non ridarà le figlie ai familiari, non ridarà le madri ai figli.
La Prevenzione, l’Educazione, la benedetta e a tutt’oggi chimerica Formazione, sono le uniche strade percorribili per porre freno a questa strage continua.
Potrebbero salvare vite (tante) e risparmiare vissuti violenti (tantissimi) a donne e bambini.
Potremmo finalmente crescere generazioni con una concezione delle relazioni, dei legami improntate sul Rispetto, il Confronto, il Consenso.
Generazioni più Serene, più Libere, più Consapevoli.
Generazioni più Felici.
E’ chiedere troppo?
Pieranna Pischedda, Psicologa
