Cambiamento culturale, responsabilità individuale e nuovi necessari reati

Durante un giro di ricognizione alla ricerca di un film per finire la serata, mi imbatto in una trasmissione – tra le più longeve della tv pubblica – che si occupa di processi. 

Decido masochisticamente di visionare un paio di puntate…a caso. 

Neanche a farlo apposta entrambe riguardano omicidi di prostitute, la seconda addirittura di un serial killer.  

E vengo catapultata in un mondo da far accapponare la pelle. 

Un mondo in cui la miseria morale, il disimpegno morale, la psicopatia e l’indifferenza, la fanno da padrone.

Sentire raccontare la vita di quelle povere vittime (alcune giovanissime) già in mano ad organizzazioni o a “fidanzati papponi” (e vi lascio immaginare cosa avranno passato), lontane da casa, lontane dai loro cari, dai figli, finite in balìa della feccia della terra (numerosissima), non ti predispone positivamente nei confronti del prossimo e della società.

La mancanza di empatia nei confronti di chi subisce quotidiane violenze di ogni tipo e la totale assenza della politica nel farsene carico, meriterebbero una profonda riflessione da parte di noi tutti, ma anche una diversa narrazione al riguardo. 

Meriterebbe ben altra consapevolezza e ben altra assunzione di responsabilità (a tutt’oggi inesistente) in particolare da parte di chi si “racconta” di essere un cliente.

Il che ci porta a pensare che questi piuttosto ingenui signori vivano in una realtà dove le loro miserie hanno dei nomi rassicuranti (accettati dall’opinione pubblica) e tutto ciò che li circonda sembra avere un valore solo se lo ha per loro. 

Vivono in un mondo in cui le persone difficilmente possono avere vita e dignità propria, ma esistono solo in quanto soddisfano bisogni: in parole povere, oggetti. 

Non è un caso che entrambi gli assassini avessero compagne e figli (si, anche l’omicida seriale), necessari trofei per creare un’apparentemente, indispensabile conformità sociale.

Infine, veniamo alla “leggerezza”, ma forse sarebbe più esatto incoscienza, con la quale vengono concesse misure alternative alla detenzione a soggetti pericolosi (per usare un eufemismo). 

Il serial killer, ad esempio, approfittava della scarsità di controlli (!) per fare rapine, per violentare, torturare e uccidere prostitute (10 accertate) con una facilità disarmante. 

Lo ha potuto fare perché qualcuno ha creduto che un violentatore, sadico assassino di cinque donne potesse uscire dal carcere in regime di semilibertà solo perché passati venti anni. 

Tutto chiaro? 

Abbiamo rimesso in circolazione un pericoloso criminale e questo se n’è andato in giro a perpetrare ulteriori crimini in tutta tranquillità, senza neanche il minimo sospetto da parte di chi lo avrebbe dovuto controllare. 

Dobbiamo forse pensare che in quanto assassino di “donne di serie b” non sia stato reputato così socialmente pericoloso? 

Oppure l’avere fatto un figlio con una donna fragile e tossicodipendente lo rendeva, ipso facto, un uomo nuovo, pronto per il reinserimento in società?

Quanto ancora dovremmo sopportare queste oscenità?

Quanto ancora vogliamo tollerare che i reati di genere (stupro, violenza domestica, sfruttamento della prostituzione) vengano trattati – nel migliore dei casi – al pari di uno scippo? 

Temo che, 

senza un deciso cambiamento culturale;

senza una comune assunzione di responsabilità;

senza una decisa e compatta azione di stigmatizzazione, ma anche un reato specifico di concorso diretto in sfruttamento della prostituzione e tratta di esseri umani, nei confronti di chi scientemente, con le sue “richieste” favorisce, incentiva, sovvenziona l’abominevole traffico, tutto questo non sarà possibile.

PierAnna Pischedda, Psicologa

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