E veniamo ai convitati di pietra di questa situazione: i figli.
Cominciamo col dire che il minore ha diritto a un rapporto continuativo ed equilibrato con ciascuno dei genitori e di ricevere da entrambi cura, educazione, istruzione e assistenza morale.
I legami sono parte costitutiva del Sé.
Laddove è possibile oltreché opportuno, bisogna favorire la co-genitorialità…e sottolineo co non bi.
Co-genitorialità indica una collaborazione, uno sforzo e un’azione comune, in virtù di un obiettivo condiviso. In altre parole, il superamento delle posizioni individuali per il bene dei figli.
Bi-genitorialità è invece il presunto reciproco diritto/dovere di ciascun genitore di essere presente nella vita dei figli (e sottolineo presunto perché non tutti i procreatori/trici riescono a diventare genitori/trici).
Potrebbero sembrare – a prima vista – la stessa cosa ma, in realtà, a livello sostanziale, i due termini sono differenti.
La co-genitorialità sottintende i bisogni dei figli prima di tutto. Una progettazione e programmazione comune del loro futuro, un rimanere genitori anche se di una famiglia diversa.
La bi-genitorialità mette in primo piano (in un’accezione estrema ma frequente) i bisogni degli adulti, relegando il minore sullo sfondo. Il risultato è un minore trasformato (a seconda dei casi) in oggetto da possedere, strumento di rivalsa nei confronti del coniuge, arma di ricatto per ottenere vantaggi di varia natura.
La bi-genitorialità, se recepita in senso letterale e fuorviante – come la ripartizione del bambino “cinquanta e cinquanta” – causa una serie di problemi/danni ed è foriera di ulteriore sofferenze soprattutto per chi, in teoria, questa misura dovrebbe proteggere.
L’Autorità Garante dell’infanzia e dell’Adolescenza (ispirandosi alla Convenzione di NY “sui diritti del fanciullo”, ratificata nel 1991 e quindi legge dello stato) ha redatto la Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori. Trattasi diun’enunciazione di diritti e principi di valore etico, finalizzati a promuovere la centralità dei figli proprio nel momento di crisi della coppia.
Obiettivo della Carta è di contribuire alla crescita culturale dei genitori e della società, al fine di garantire il rispetto dei diritti delle Persone di minore età.
Siamo, a questo punto, arrivati al nodo cruciale: il concetto, adulto-centrico, di bi-genitorialità, crea molti più problemi di quelli che intendeva risolvere.
L’intenzione di ripartire in maniera “salomonica” i figli, “sorvolando” (volutamente o no il risultato è lo stesso) sui loro bisogni, sofferenze, difficoltà, non mi pare la soluzione ideale, anzi. Si ignora (o non si dà peso) il danno ulteriore che si arreca a chi ha già perso – suo malgrado – l’unità familiare, togliendogli anche la certezza e la sicurezza delle mura domestiche, del quotidiano, della vita sociale e amicale…stravolgendone qualsiasi punto fermo della vita.
I diritti degli adulti non dovrebbero mai sopravanzare quelli dei minori e invece, negli ultimi anni (grazie ad una distorsione dell’interpretazione della Legge 54 del 2006, “Disposizione in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli”) si sta andando spediti verso questa direzione. Stiamo trasformando i figli in proprietà e pacchi postali: dopo avere perso famiglia e coppia genitoriale gli stiamo privando anche della condizione di esseri umani.
Il legislatore dovrebbe ritornare sui propri passi e apportare miglioramenti ad una legge che mostra più di una crepa.
