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	<title>maschile Archivi - Laboratorio Del Possibile</title>
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	<title>maschile Archivi - Laboratorio Del Possibile</title>
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		<title>Prostituzione, prestazione, relazione d’aiuto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Laboratorio Del Possibile]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Oct 2022 17:18:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’ultimo nostro evento, dal titolo “In nome di ogni donna”, ho avuto il compito di intervenire dopo la lettura di un intenso brano tratto da “Vita di Giulia” di Marco Proietti Mancini. La protagonista del libro è una donna che ha scelto di fare nella vita la prostituta.&#160; Il mio intervento. Nel brano letto (il prologo del libro), la protagonista [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.laboratoriodelpossibile.it/2022/10/10/prostituzione-prestazione-relazione-daiuto/">Prostituzione, prestazione, relazione d’aiuto</a> proviene da <a href="https://www.laboratoriodelpossibile.it">Laboratorio Del Possibile</a>.</p>
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<p>Nell’ultimo nostro evento, dal titolo “In nome di ogni donna”, ho avuto il compito di intervenire dopo la lettura di un intenso brano tratto da “Vita di Giulia” di Marco Proietti Mancini.</p>



<p>La protagonista del libro è una donna che ha scelto di fare nella vita la prostituta.&nbsp;</p>



<span id="more-993"></span>



<p><strong>Il mio intervento.</strong></p>



<p>Nel brano letto (il prologo del libro), la protagonista fa una breve ma esauriente descrizione della sua vita di professionista del sesso…e del suo essere persona.&nbsp;</p>



<p>Sono rimasta colpita, dall’utilizzo ricorrente di un termine particolare, tipico del “nostro” comune parlare (non del mio) con il quale si determina uno specifico status socio-lavorativo e non solo.&nbsp;</p>



<p>Un termine che sappiamo avere una doppia valenza.&nbsp;</p>



<p>Da una parte, viene utilizzato per indicare colei che esercita una professione, altresì definita come “<em>il lavoro più antico lavoro del mondo</em>” ma, incredibilmente, sconosciuta al fisco (niente tasse) nonché all’INPS e all’INAIL (zero tutele, zero pensione).</p>



<p>Dall’altra, definisce, invece, una persona di genere femminile che prova piacere nel fare sesso. Il piacere, evidentemente, a prescindere dal partner di turno.</p>



<p>Un termine, quindi, che indica contemporaneamente una lavoratrice in nero (spesso sfruttata, da un caporale o da un’organizzazione di caporali), da tenere ai margini della società; una donna di scarse qualità morali, di cui non ci si può fidare e inadatta ad una relazione a lungo termine.&nbsp;</p>



<p>Due definizioni in palese contraddizione, che nessuno – apparentemente e ufficialmente &#8211; sembra rilevare, tantomeno contestare.</p>



<p>Ma entriamo nel merito.&nbsp;</p>



<p>Partiamo dalla professione: nel brano citato, si parla di opzioni combinate, di durata della prestazione, di location, pacchetti promozionali, offerte…tutto porterebbe a pensare che, in effetti, si stia parlando di una regolare, non precisata, prestazione professionale: richiesta del servizio, prestazione, compenso.&nbsp;</p>



<p>Bene, però, siamo sicuri che ciò possa essere applicato al sesso e – soprattutto – siamo proprio sicuri che si tratti di sesso?&nbsp;</p>



<p>Lo chiedo poiché, solitamente, per “fare sesso” si intende un’attività condivisa, tra due (o più) persone, accomunate da una reciproca attrazione fisica, che sfocia in un desiderio consensualmente realizzato.&nbsp;</p>



<p>Vi pare questo il caso? A me, non sembra.</p>



<p>Perciò, la domanda mi sorge spontanea e la giro anche a voi: in realtà, quale desiderio (unilaterale), l’auto nominatosi (mi viene da ridere) “cliente” intende soddisfare, rivolgendosi ad una prostituta? E, se si parla di desiderio, perché la sua soddisfazione la si definisce servizio?</p>



<p>Capite bene che, quest’ultimo, non può certo essere quello dell’orgasmo, vista l’assenza totale di reciprocità. Sembra avere, invece, tutta l’aria di una mera scarica fisiologica.</p>



<p>Per uscire da quest’ambiguità e dall’impasse, proporrei di utilizzare d’ora in avanti, la definizione di “<strong>Operatrice di pratiche onanistiche assistite</strong> (O.P.O.A.)”, a mio avviso più calzante, più elegante e professionalizzante.</p>



<p>In questo senso, rientrerebbe a pieno titolo nell’ambito delle relazioni d’aiuto, visto l’evidente stato di difficoltà (relazionale, di performance e dio solo sa di altro cosa) che spinge questi fulmini di guerra alla richiesta di tali prestazioni.</p>



<p>Per non parlare di quegli “eroi” che con leggerezza sublime, scientemente e con assoluto menefreghismo (che rasenta la sociopatia), scelgono di rivolgersi –per la gestione delle loro problematiche &#8211; alle schiave, alle prigioniere di organizzazioni criminali. Ebbene, questi qui, esattamente, quale desiderio soddisfano?&nbsp;</p>



<p>Perché, della (assenza di) levatura morale di detti individui non si parla mai?&nbsp;</p>



<p>Eppure sono milioni, eppure rappresentano, di fatto, i principali finanziatori delle organizzazioni criminali che contrabbandano carne umana. Siamo nelle prime posizioni al mondo per <strong>turismo sessuale</strong> e <strong>turismo sessuale infantile</strong>, giusto per dirne una (e non finisce certo qui).</p>



<p>Si parla continuamente di “sicurezza”, ci si vincono addirittura le elezioni, ma delle cause e di chi – come in questo caso &#8211;&nbsp; le impersona, non si parla…e te credo…votano.&nbsp;</p>



<p>In ogni caso, se qualcuno si degnasse di darci una risposta, noi siamo qua. Personalmente, sarei molto interessata.</p>



<p>Nell’attesa, però, un’idea me la sono fatta: tutta questa mistificazione della realtà, è dovuta alla vergogna.</p>



<p><strong>Si vergognano</strong>. Hai voglia ad infiocchettare la cosa…servizio, prestazione, cliente, tariffa…senza desiderio si può parlare &#8211; nel migliore dei casi &#8211; di ricatto economico, di sfruttamento di condizioni di inferiorità…per finire in uno stupro legalizzato nel caso delle schiave.</p>



<p>E lo sanno, credetemi, lo sanno perfettamente.&nbsp;</p>



<p>E sarebbe ora di sbatterglielo pubblicamente in faccia, ogni santo giorno.&nbsp; &nbsp; &nbsp;</p>



<p>Ma veniamo alla versione moralistica del termine.</p>



<p>E qui, la schizofrenia si fa tragicomica.&nbsp;</p>



<p>La faccio breve: la donna può fare sesso, ma il sesso, in se per sé, non le deve piacere.</p>



<p>Ha diritto al piacere, ma solamente all’interno di un contesto relazionale, legato indissolubilmente ad un legame sentimentale (fidanzato, marito, compagno). In questo caso, e solo in questo, le è concesso godere. Di più: in questo frangente, ci si aspetta pure che lo di-mostri chiaramente, magari per confermare al partner l’efficacia della sua performance e placare le sue ansie da prestazione.&nbsp;</p>



<p>Non è un caso che le ricerche sul tema ci parlano di intere generazioni di donne anorgasmiche che hanno finto per tutta la vita piaceri inesistenti…e sconosciuti.</p>



<p>Ma nel caso in cui la donna, rivendichi la “pretesa” di esercitare, all’esterno della cornice amorosa, il suo diritto al godimento, scatta automaticamente lo stigma sociale.</p>



<p>Per l’uomo, chiaramente, niente di tutto questo.&nbsp;</p>



<p>Piuttosto, preferiamo convincerci di trovare “naturale” e intellettualmente accettabile il ridurre un atto condiviso e piacevole ad una sterile, straniante, attività meccanica (con le operatrici che impostano la sveglia del cellulare col pensiero al prossimo cliente) e farlo diventare <em>“il lavoro più antico ma mai riconosciuto” </em>(roba da diventare scemi).</p>



<p>Il sospetto che, in realtà, il risultato agognato dal cliente (rido di nuovo) sia proprio una scarica di piacere personale e soggettiva, è quasi certezza.&nbsp;</p>



<p>Non a caso, le stesse ricerche ci raccontano di generazioni di uomini che ignorano l’orgasmo e lo confondono con una semplice funzione fisiologica…la mercificazione del sesso, è anche e soprattutto figlia di questo. &nbsp;</p>



<p>L’educazione sessuale e ai sentimenti aiuterebbero a crescere nuove generazioni più consapevoli e più felici, ma di questo, nelle nostre scuole non vi è traccia.</p>



<p>Finisco con una domanda/appello agli esseri umani di sesso maschile: lasciamo perdere le migliaia di anni precedenti (ve le abbuoniamo) ma, siamo nel 2022, di quanto tempo ancora avete bisogno, per uscire da una sessualità predatoria, infantile ed ego-riferita?&nbsp;</p>



<p>Per quanto tempo ancora milioni di donne, ragazze, bambine dovranno pagare per le vostre incapacità, insicurezze, paure…e la mancanza di coraggio di chiamarle tali?</p>



<p>Anche basta.&nbsp; &nbsp; &nbsp;</p>



<p><strong>PierAnna Pischedda, Psicologa.</strong></p>
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		<title>Il piacere maschile …e la magistratura.</title>
		<link>https://www.laboratoriodelpossibile.it/2022/07/13/il-piacere-maschile-e-la-magistratura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laboratorio Del Possibile]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jul 2022 19:42:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Stanno facendo discutere, in questi giorni, le motivazioni di una sentenza che, in appello, ha assolto un giovane dall’accusa di violenza sessuale. Cercheremo, ancora una volta, di capire quello che è successo e, nel contempo, di entrare nella psicologia di chi ha scritto le motivazioni “incriminate” (passatemi il gioco di parole). Il nostro ordinamento (garantista), come tutti sanno, prevede tre [&#8230;]</p>
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<p>Stanno facendo discutere, in questi giorni, le motivazioni di una sentenza che, in appello, ha assolto un giovane dall’accusa di violenza sessuale.</p>



<span id="more-973"></span>



<p>Cercheremo, ancora una volta, di capire quello che è successo e, nel contempo, di entrare nella psicologia di chi ha scritto le motivazioni “incriminate” (passatemi il gioco di parole).</p>



<p>Il nostro ordinamento (garantista), come tutti sanno, prevede tre gradi di giudizio, in modo da limitare al massimo (almeno in teoria) gli errori giudiziari e non è infrequente che il secondo grado ribalti il giudizio del primo.</p>



<p>Fin qui, niente da ridire, però, se le motivazioni della sentenza sono quelle che abbiamo letto sulle varie testate giornalistiche, abbiamo un problema, un gravissimo problema.</p>



<p><strong><em>“Della violenza non vi è certezza”</em></strong></p>



<p>I giudici di secondo grado, hanno ritenuto – in maniera opposta, ai colleghi del primo &#8211; che il comportamento della presunta vittima non fosse stato adeguatamente chiaro e deciso, a tal punto da trarre in inganno il suo accompagnatore. Nello specifico, si “rimproverano” alla ragazza, alcune azioni e non (“si è fatta accompagnare in bagno…non ha chiuso la porta…si è fatta porgere i fazzoletti”), che avrebbero dato al giovane l’autorizzazione ad “osare”.</p>



<p>Non solo, ma una volta subita “l’avance” da parte del giovane, la ragazza non sarebbe stata in grado – in quanto “sbronza” e “assalita dal panico” di <strong>gestire</strong> (si, avete letto esattamente) la stessa.</p>



<p>Prima di andare avanti, non vi ricorda niente questa frase? A me, si.</p>



<p>Mi ricorda quello che molte mamme si sentono sistematicamente dire da Assistenti sociali, colleghi/e Ctu, Avvocati della contro parte e Giudici, quando le si accusa di non sapere gestire le inadeguatezze dei padri (magari violenti) e di non “aiutarli” abbastanza a superarle, per cui, se il legame del padre inadeguato con i figli non è buono o inesistente, la colpa è della madre.</p>



<p>Questo, per dire che c’è una logica e una trasversalità in queste aberrazioni: la colpevolizzazione sistematica della vittima a vantaggio dell’agente reato o del padre inadeguato. &nbsp;</p>



<p>Lo stato “confusionale” (per usare un eufemismo) del collegio giudicante è imbarazzante e dovrebbe – in primis – essere una preoccupazione per l’organo di autocontrollo della categoria.</p>



<p>Non si sta parlando di un gruppo di amici che, dopo la quarta birra (o, se preferite, mojito) e tra un frizzo e un lazzo, si autoassolve.</p>



<p>Trattasi della classe giudicante che decide delle vite dei cittadini, il cui potere dovrebbe essere (per la sicurezza e per le famose garanzie) continuamente monitorato.</p>



<p>Ma entriamo nel merito.</p>



<p>“<strong><em>Atteggiamenti interpretati sicuramente dall’imputato come un invito ad osare”</em></strong></p>



<p>Secondo i giudici, una ragazza che si fa accompagnare per andare a vomitare (cosa puntualmente avvenuta), lascia la porta del bagno socchiusa e si fa passare i fazzoletti dal suo accompagnatore (di cui, evidentemente, si fida), avrebbe dato un segnale di via libera “ad osare”. Forse, i suddetti, non si sono mai ubriacati, forse non hanno mai saputo come ci si sente e quanto poco si sia interessati a “lanciare” segnali di disponibilità, con il vomito (e la nausea) che cerca di risalire dallo stomaco su per l’esofago.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Il verbo “osare”, in questo contesto, è illuminante rispetto alla concezione del sesso da parte di questi signori. In realtà, tale affermazione implica che per un atto sessuale fra due persone (meglio specificare, visti i chiari di luna) non si considera necessario il consenso di entrambi, la condivisione del desiderio e del piacere, ma sia sufficiente “l’occasione fa l’uomo ladro”.</p>



<p>Tradotto: “la ragazza con cui sto passando la serata ha lo stomaco in subbuglio. Quale migliore occasione, dal momento che &#8211; essendo sbronza – mi ha chiesto di accompagnarla in bagno…e ha anche lasciato (non certo per farsi aiutare in caso di bisogno) la porta socchiusa!”</p>



<p>Ora, posso anche concordare che il pensiero del nostro tombeur de femme sia stato esattamente questo, anzi lo è stato di sicuro, il problema è che puzza di reato lontano un km…tranne per chi i reati li dovrebbe perseguire.</p>



<p>Ma non è neanche questo il punto.</p>



<p>Il punto è, invece, che per una significativa percentuale di maschi (e visti i numeri della prostituzione e dei reati sessuali, la maggioranza) il rapporto sessuale non prevede il consenso, tantomeno il piacere dell’altra parte.</p>



<p>L’atteggiamento predatorio, tristemente conosciuto e sdoganato dalla cultura corrente come una “caratteristica” maschile, altro non è che il tentativo di mistificare la realtà e giustificare un pensiero ingiustificabile: il sesso è un’attività la cui mission è la soddisfazione di bisogni fisiologici personali. Ergo, <strong><em>consenso, desiderio e piacere reciproco, </em></strong>possono essere anche contemplati (nei film) ma non sono una <em>“conditio sine qua non”.<strong>&nbsp;</strong></em></p>



<p>Il piacere procurato alla partner, eventualmente, è una vanteria da spendere nello spogliatoio e nelle cene per soli uomini.</p>



<p>Ma ritorniamo ai giudici.</p>



<p>Quando si fanno i concorsi pubblici per le forze dell’ordine e per l’esercito, i partecipanti – per ovvie e incontestabili ragioni – sono chiamati a superare una batteria di test di personalità.</p>



<p>Questo, INCREDIBILMENTE, non accade, per la Magistratura. Per cui, potremmo ritrovarci ad essere giudicati, inquisiti, indagati, da personalità non adatte a quel ruolo, con problemi personali-familiari-sociali identici a quelli (e quindi, conflitto di interesse) per cui sono chiamati ad emettere sentenze che segnano per sempre la vita delle persone.</p>



<p>Per dire che, lette le motivazioni, l’esigenza di sapere dove e come questo collegio giudicante si è formato e se è psicologicamente adeguato, è doverosa. Doverosa e urgente, dal momento che</p>



<ul class="wp-block-list"><li>si avalla una visione predatoria del sesso;</li><li>una condizione di difficoltà diventa un’occasione (e non un’aggravante);</li><li>il consenso viene rappresentato da una porta socchiusa;</li><li>essere ubriaca e spaventata diventa una colpa:</li></ul>



<p>Perché, l’impressione di avere a che fare con un gruppo di adolescenti-casualmente Giudici, che passa i pomeriggi su porn hub a fantasticare su ridicole esibizioni pensando che corrispondano – anche &#8211; al desiderio e al piacere femminile, è forte, molto forte.</p>



<p>Tutto questo non è più tollerabile.   </p>



<p><strong>PierAnna Pischedda, Psicologa.</strong></p>
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